Labyrinth - Dove tutto è possibile rappresenta ancora uno dei titoli più amati, celebrati e rilevanti del genere fantasy. In quel 1986 definì un'intera generazione di spettatori e dopo quarant’anni può reclamare una legacy importante. Rimane però soprattutto un grande racconto di formazione, uno dei più perfetti esempi di ciò che era capace di offrire il genere una volta.Un film simbolo di un periodo d’oro del fantasyLabyrinth - Dove tutto è possibile quando arrivò in sala quel 27 giugno del 1986 non era neppure lontano parente di ciò che inizialmente doveva essere, quando Jim Henson e Brian Froud decisero di collaborare ancora una volta. Assieme, i due avevano firmato nientemeno che The Dark Crystal, ancora oggi considerato uno dei più bei fantasy di quel decennio, ed uno dei più audaci, non solo per l'utilizzo massiccio di pupazzi, ma soprattutto per il tono, dark appunto, ben distante da ciò che ci si sarebbe aspettati all’epoca. Il progetto comincia a prendere forma nel 1983, anche grazie allo scrittore Dennis Lee e soprattutto Terry Jones, altro autore apprezzato dal pubblico giovanile dell’epoca. Ma fu solo dopo che il copione passò nelle mani di George Lucas, Laura Phillips ed Elaine May che Labyrinth cominciò a prendere forma nel modo in cui tutti ricordiamo. Fu soprattutto alla fine un’eccezionale prova di bravura della The Jim Henson Company, che ci aveva regalato nientemeno che i Muppets. Tanti, tantissimi artisti collaborarono per la creazione del world building di Labyrinth, che si sarebbe rivelato uno dei più particolari del genere in quegli anni ’80. Eppure, nonostante questo, il film di Henson fu un grande flop al botteghino. Questo probabilmente stupirà i tanti che sono cresciuti consumando il VHS, facendo di tutto per guardarlo ogni volta che arrivava sul piccolo schermo. Ma come molto spesso capita nel cinema, al flop non si accompagna ogni volta una scarsa qualità, anzi, Labyrinth è ancora oggi un piccolo gioiello.Il 10 gennaio del 2016 lo Starman abbandonava la Terra per tornare tra le stelle. Ma chi è stato davvero negli anni Duemila?Certo, Labyrinth aveva una natura sfacciatamente derivativa, ma ci ricorda perché il fantasy era così popolare, perché ebbe in quegli anni un impatto così profondo presso il pubblico più giovane: era pedagogico, era maturo, li trattava da piccoli adulti e affrontava temi a loro vicini. Protagonista è la 16enne Sarah (Jennifer Connelly), che vive in un mondo tutto suo. Ha un pessimo rapporto con la matrigna e il padre, che la obbligano a fare da babysitter al piccolo fratellastro Toby. Tanto la fa infuriare quel compito e i privilegi che le pare abbia il bambino, che esprime il desiderio di vederlo portare via dai goblin. Detto fatto, ecco che appare lui, sua maestà David Bowie, nei panni dell'affascinante, ambiguo, sfavillante e un pochino anche svampito Jareth, Re dei goblin. Si prende Toby, se lo porta via e tanti saluti, in fondo era quello che Sarah voleva no? Al passo indietro della ragazzina, Jareth le offre un ultimatum: ha 13 ore per finire il suo Labirinto, trovare Toby, altrimenti questi sarà trasformato in un goblin. Sarà l’inizio di un'odissea all'interno di un mondo che le scenografie di Elliot Scott e Peter Howitt, nonché i bellissimi costumi del già citato Froud, renderanno indimenticabile per ogni spettatore in quel 1986. Labyrinth cerca di ricordarci che bisogna fare attenzione a ciò che chiediamo, potremmo averlo. Lo fa ponendosi come contenitore omnicomprensivo di ciò che era il fantasy e l’adventure per adolescenti. Visivamente, come ritmo, estetica e struttura ha tanto, tantissimo in comune con titoli mitologici come Il Mago di Oz di Victor Fleming, Legend di Ridley Scott, Il ladro di Baghdad di Berger e soprattutto La storia infinita di Wolfgang Petersen.Il mago di Oz compie 85 anni (e intanto aspettiamo Wicked)Gallery6 Immaginidi Luca Fontò Guarda la galleryUna grandissima metafora della difficoltà di crescereNell’analizzare il film di Henson, finiamo in realtà poi per chiamare in causa ciò che sarà quasi ogni titolo che avrà un ragazzino o ragazzina protagonista di una storia fatta di magia, oscurità e mistero. Labyrinth unisce in sé infatti il fantasy con il film di formazione, in questo caso però ancora più intrigante perché connesso all'identità femminile. Sarah ha 16 anni, è esattamente a metà tra ciò che rimane della sua adolescenza e quel principio di età adulta, che si accompagna anche con le prime pulsioni sessuali e sentimentali. Qualcuno, giustamente, troverà una grossa connessione non solo con “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, l'idea di una giovane ragazza persa dentro un labirinto dell'assurdo, elemento che emerge in alcune sequenze al limite del dadaismo e nei personaggi. C'è anche qualcosa di Cappuccetto Rosso, che l’anno prima aveva avuto da Neil Jordan con In compagnia dei lupi un fantasy notevolissimo e molto stratificato. Sarah, infatti, si deve confrontare non solo con il Re dei goblin, ma soprattutto con le sue paure, il suo desiderio di crescere, la necessità di prendersi delle responsabilità e di cominciare a capire che non tutto ciò che si desidera è davvero giusto. Se Jennifer Connelly, lanciata nei due anni precedenti da C'era una volta in America di Sergio Leone e da Phenomena di Dario Argento si muove con perfezione nel limbo del cambiamento di questa ragazzina che guarda in faccia la sua identità di adulta, bisogna ammettere che se Labyrinth è diventato un cult soprattutto grazie a lui, a David Bowie. Il Duca per certi versi pare interpretare più se stesso che un personaggio di finzione, ma è magnetico, affascinante, si muove come un Principe del glam rock.A produrla la Titanus, che riporterà sullo schermo l'inquietante racconto che aveva come protagonista Jennifer ConnellyLe bellissime canzoni firmate assieme a Trevor Jones gli mettono addosso un’altra identità: quella di tentatore. Lo è con un’accezione non demoniaca, quanto metafora della scoperta della propria sessualità, del fascino del proibito, con cui Sarah dovrà fare i conti. Anche per questo Labyrinth va oltre l'essere un mero prodotto derivativo, diventa una metafora di tutto ciò che significa per una ragazza crescere e confrontarsi con il genere maschile, con un mondo di pulsioni e istinti sconosciuti, un labirinto appunto. Labyrinth anche per questo diventerà parte integrante di quella pop culture degli anni ’80, che aveva al centro proprio il mondo teen, e lo rappresentava attraverso ogni possibile angolazione, declinazione, ma senza mai far venire meno fantasia, per quanto a volte con un eccesso di idealizzazione. Stilisticamente, vale la pena ricordare come tante sequenze siano diventate iconiche anche in virtù del suo abbracciare non il musical tout court, ma soprattutto il mondo dei videoclip, che in quegli anni rivoluzionava il cinema, basti pensare a Top Gun di Tony Scott. Labyrinth finisce con Sarah che dice addio alle creature strane e leali che l’hanno aiutata, Gogol, Bubo e Sir Didymus, ora crescerà e non avrà più bisogno di loro. Ma la realtà è che qualcosa resterà dentro di lei, così come dentro di noi rimane sempre qualcosa dell’adolescente o del bambino che eravamo. Anche Jareth in fondo non era poi così cattivo, anche lui vivrà sempre dentro di noi, come uno di quei mali necessari a farci crescere. Solo uno dei tanti esempi del perché il fantasy all’epoca fosse così incredibile, così tanto superiore a quello moderno: per la capacità di trattare il proprio pubblico con tale generosità.
Labyrinth - Dove tutto è possibile dopo 40 anni è ancora uno dei migliori racconti sulla paura di crescere
Il 27 giugno del 1986 usciva nelle sale il film di Jim Henson, piccola perla degli anni '80, magnifico mix tra fantasy e coming of age







