Quadri, merchandising, epigoni: la Tate Modern indaga il "fenomeno Khalo" in una mostra sold out

Segui Il Giornale su Google Discover

Scegli Il Giornale come fonte preferita

Come Frida nessuna mai. Frida Kahlo è l'artista donna più googlata, seconda, nel campo dell'arte, solo a Leonardo da Vinci. È anche l'artista donna più costosa al mondo: ce lo ricordiamo bene il record battuto all'asta da Sotheby's lo scorso anno con 54,7 milioni di dollari per il suo Il sogno (Il letto). Riconoscibilissima Frida, il cui volto, con il leggendario monociglio e l'acconciatura raccolta con le trecce, è stampato su magneti, spille, t-shirt e borse. Imitatissima Frida: ci abbiamo provato un po' tutte (anche diversi stilisti, a dire il vero) a indossare con disinvoltura una gonna lunga a balze e dei fiori nei capelli.Difficile trovare poi un'artista che abbia ispirato un tale longseller: la sua biografia (il titolo è Frida: basta quello) scritta negli anni Ottanta da Hayden Herrera, che resta ancora la fridologa migliore su piazza, è stata tradotta in 25 lingue e continua a vendere parecchio (da noi è arrivata con una prima, indimenticabile edizione Neri Pozza, poi ripresa nella più recente edizione Feltrinelli). La sua storia è arcinota, e nei primi anni Duemila anche una pellicola biopic con la messicana Salma Hayek nei panni dell'arista ha contribuito alla causa.Nata nel 1907 a Coyoacán, in Messico, Frida Kahlo sembra un personaggio uscito dalla penna di Gabriel García Márquez: piccola, fiera, affetta da spina bifida (non diagnosticata) fin da bambina e poi vittima di un tremendo incidente stradale mentre è sul bus per tornare a casa, a soli 18 anni. Si ritrova con la colonna vertebrale spezzata in tre punti, la gamba sinistra fratturata e molto altro. C'è poi il letto a baldacchino con lo specchio appeso al soffitto che diventa atelier domestico (e di cui l'autoritratto è logica conseguenza) e il busto ortopedico come compagno di vita. Insieme, ovviamente, al muralista Diego Rivera, marito tanto più grande in età quanto in corporatura, fedifrago amatissimo. Un'esistenza vissuta in comunione (e collisione) con altri e a altre, come Trockij, Breton e Tina Modotti. Il tutto in pochi anni di vita (Kahlo muore nel '54), tra la militanza nel Partito comunista, lo studio delle matriarche di Tehuantepec, nella regione di Oaxaca e quello dell'arte tradizionale messicana, ma anche l'amore per Bosch e Bruegel e per il Surrealismo. E ancora: il feeling mai scattato con gli Stati Uniti, una fame di vita così poco colmata, una maternità tanto agognata quanto impossibile, un corpo martoriato fino alla fine.È tanta Frida, come donna e come artista, e quindi c'è poco da stupirsi se la nuova mostra che la Tate Modern di Londra le dedica - ha aperto due giorni fa, si può visitare fino al 3 gennaio - abbia attirato un livello di attenzione che ha pochi precedenti, con 41mila biglietti fulminati in prevendita, superando così il record del 2017 della mostra di David Hockney. È una mostra diversa dalle altre fatte finora, e va detto che abbiamo provato, con scarso successo, a contarle: sono troppe. La stessa Tate ne realizzò una, nel 2005, epocale. Questa non lo è, o lo è in misura diversa: Frida: The Making of an Icon, realizzata in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston, ragiona sul "fenomeno Frida Kahlo". Più che una retrospettiva è, per citare le parole di uno dei curatori, Tobias Ostrander, un'indagine sull'"effetto Frida" e su quali dinamiche l'abbiano resa l'artista donna più riconoscibile al mondo.Le critiche, va detto, non sono mancate sulle colonne del Guardian e dell'Independent: troppo pochi (solo 30 rispetto ai 36 annunciati) i quadri di Frida Kahlo esposti, troppo lo spazio concesso a fotografie, cimeli, abiti e oggetti personali. Troppe, anche, le opere di artisti vari inclusi per dimostrare l'impatto di Kahlo nella storia dell'arte: ci sono lavori di Rivera, ovviamente, e di María Izquierdo per i legami con la tradizione messicana, di Leonor Fini per l'ossessione di entrambe per il sogno. Si arriva poi agli accostamenti col contemporaneo, con le opere di Kiki Smith, Ana Mendieta, Judy Chicago, Tracey Emin di cui sempre alla Tate Modern, proprio nelle sale di fronte, è in corso la personale. È stata giudicata eccessiva anche la sezione finale, il cui titolo è "Fridamania", che presenta centinaia di oggetti di mass-merchandising, dalle Barbie alle etichette delle bottiglie di tequila.