Sogno di una notte di mezza estate: “Molti anni fa, in un momento confuso della mia vita, decido di trascorrere agosto in città. Una sera esco a cena e incontro per caso una donna meravigliosa. Non so come – un adone non lo sono mai stato, tanto meno un seduttore seriale – la conquisto e finiamo nel mio appartamento. È notte fonda, ci sono più di 30 gradi, si suda da fermi, in casa non c’è l’aria condizionata e io faccio il clamoroso errore di tracannare mezzo bicchiere di whisky. Al momento del dunque ci guardiamo madidi, ridiamo e capiamo che non esistono le condizioni minime anche solo per abbracciarci. Ci spostiamo in terrazza per una doccia e, mentre siamo completamente nudi, mi accorgo che un altro naufrago come noi, un altro insonne, un altro disperato, si sta godendo lo spettacolo alla finestra. Alza il pollice e sparisce dietro le tende. Tra me e quella ragazza non accadde nulla, ma si sparse comunque la voce e nel quartiere mi trasformai in una figura mitologica”. Con l’equivoco, Enrico Vanzina convive da decenni. Lo ha subito all’epoca in cui, sceso dalle ginocchia di Soldati e di Longanesi, faticò a spiegare ai custodi della morale che non c’era aderenza tra ciò che metteva in scena, ciò che era e ciò che pensava della società italiana. Lo ha sfruttato, perché il sorriso stringe da sempre un patto privilegiato con il malinteso. Lo ha amato e continua ad amarlo, perché non c’è rischio peggiore di una commedia che anteponga i nessi logici al caso. Sul tavolo di Vanzina, appunti, libri e sceneggiature. A pochi passi dalla pianola, la finestra è aperta e il caldo tollerabile: “Un bene, con l’età lo sopporto sempre meno”.