Chiamarla «batterio carnivoro» non è tecnicamente corretto, ma il soprannome rende bene l’idea di ciò che fa: distruggere i tessuti a una velocità tale da costringere ad amputare gli arti nel giro di poche ore.
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L’espressione usata nel linguaggio comune indica in realtà diverse specie batteriche in grado di provocare fascite necrotizzante, cioè la morte progressiva dei tessuti muscolari e cutanei. Oggi le due più sorvegliate sono la Vibrio vulnificus, presente in ambiente marino, e lo Streptococcus pyogenes del gruppo A, che si trasmette da persona a persona.
Il Vibrio vive in acque calde e salmastre, dove i fiumi sfociano in mare, e raggiunge l’essere umano per due vie: il contatto di una ferita aperta con acqua contaminata oppure il consumo di frutti di mare crudi, in particolare ostriche.
Nelle persone sane l’infezione di solito si limita a disturbi gastrointestinali. Il problema riguarda i profili più vulnerabili: pazienti con malattie epatiche, immunodepressi, diabetici o anziani. In questi casi il batterio può scatenare sepsi e necrosi nel giro di poche ore. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), uno su cinque tra i pazienti con infezione grave muore nel giro di pochi giorni.










