Delle trasmutazioni del nostro corpo e della nostra identità si è sempre scritto e parlato con una certa reticenza. E non è difficile immaginare il motivo: che il sé sia il più possibile coeso, unitario e vada in progressione – dall’infanzia, alla giovinezza all’età adulta – rappresenta uno dei pilastri arbitrariamente decisivi della società alla quale apparteniamo. La fluidità a cui oggi si fa riferimento all’interno del dibattito pubblico sarebbe allora il tentativo di dare risalto a un processo psichico più profondo.

In questo senso, non è un caso che Gabriella Ambrosio decida di dedicare a T.S. Eliot e a The Waste Land il suo ultimo romanzo pubblicato da Gramma Feltrinelli (pp. 176, euro 18): visto che la narrazione elliottiana è affidata a personaggi diversi che slittano e si alternano in un insieme polifonico di voci. Già il titolo, Aprile è una strana stagione, trasla la crudeltà del primo verso del celebre poema inglese e lo conduce in una dimensione di straniamento, di bizzarria, di lieve slittamento di percezione del reale.

È QUI CHE SI CONSUMA l’esistenza di un uomo in perenne oscillazione metamorfica, al confine tra uno stato e l’altro, né del tutto maschio né del tutto femmina. Biologicamente maschile, ma attratto da entrambi i sessi. Dotato di un seno che gli spunta sul petto dalla sera alla mattina, senza soluzione di continuità apparente. Viene in mente Virginia Woolf e Orlando che si risveglia in un corpo di donna dopo sette notti di sonno profondo. Una rigenerazione che all’epoca i critici non adducevano certo a tematiche politiche: riguardava semmai la libertà della letteratura nell’appropriarsi di tendenze potenziali della natura umana. Orlando prende a viaggiare, si unisce a una carovana di zingari. Così il protagonista di Ambrosio passa da una città all’altra, da Genova a Londra, da Sydney a Roma. Sosta per un breve periodo anche su una delle isole di Vanuatu. Fugge, lo accusa a un certo punto la moglie, evade dai confini imposti dal corpo, dai legami affettivi, dalla morale sessuale. Senza però eccedere né trasformarsi in un moderno Dioniso e neanche in un feticcio pruriginoso: la sua è una consapevolezza malinconica: nessuna forma è definitiva.