Anche se dei corpi ci eravamo dimenticati e a volte ci sembrava più comodo farne a meno, tenerli per decorazione, dispensarli dall’impegno delle relazioni – “touch has a memory”, dice il poeta Keats –, semmai trafugarli per tristi esibizioni su Phica.eu, insomma mentre ci stavamo smaterializzando in lavori agili e dialoghi intelligenti artificiali, il corpo torna in scena con la realtà brutale della guerra, anche se vista su Instagram. Dando ragione a un’altra poeta, Wislawa Szymborska, quando dice che saranno pure cambiati “i modi, le cerimonie, le danze”, ma “il gesto delle mani che proteggono il capo è rimasto lo stesso”. Da Trieste a Tricase, per un anno ho girato l’Italia col mio libro, che è racconto e preghiera del corpo, Federica Fracassi a dargli la voce. Sabato sera saremo a Padova per il Festival Salute.
Un anno d’incontri e di ascolto dei corpi: giovani e meno giovani, appariscenti e discreti, sani e malati, accuditi e trascurati, stanchi e danzanti. La processione dei volti, la gioia barthesiana di classificarli nell’illuminazione tipologica: “il felino, il paesano, il tondo come una mela rossa, il selvaggio, l’intellettuale, il tonto, il lunare, il raggiante, il pensieroso”. E le cose brutte dell’avere un corpo: Foster Wallace elenca il dolore, gli odori cattivi, la nausea, l’invecchiare (non sempre funesto, talvolta lieve), i limiti e la malattia. Cioè “ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità”. Ci sono corpi che combattono per essere visti e corpi che si nascondono per scomparire. Corpi che mostrano il dolore (tagli su braccia con maniche corte) e corpi che lo mimetizzano (tagli su braccia con maniche lunghe).






