C’è la pena del contrappasso tra le poche cose della Divina Commedia note a qualsiasi italiano: il contrario della colpa commessa come punizione dei dannati. La pena di Fabio Fognini, da scontare in vita nella sua verosimilmente ultima partita sulla Centre Court di Wimbledon (ha 38 anni compiuti da poco), sarebbe consistita nel non avere a portata di voce nemmeno un giudice di linea verso il quale scagliare improperi per sfogare la rabbia o per ritrovare le motivazioni. Pena che la presenza dall’altra parte del campo del campione in carica, Carlos Alcaraz, avrebbe dovuto rendere più dura e pesante. I peccati capitali del ligure, ovviamente, sono due, tra loro connessi: aver polemizzato mille volte con chiunque avesse un ruolo in campo, dai raccattapalle al giudice di sedia, ma in primis i giudici di linea; aver di conseguenza impedito a tutti noi di godere di più dei successi alla sua portata, magari perfino uno slam.
Invece, succede di tutto all’incrocio tra la grande storia dei Championships e quella del giocatore classe 1987 che ha impersonato per quasi tre lustri il meglio del tennis maschile italiano, quando nessuno immaginava l’imminente crescita tumultuosa e travolgente della generazione azzurra più forte di sempre, con Berrettini e Sonego ad aprire la strada e con Sinner e Musetti, più tanti altri, a percorrerla con il piede pigiato sull’acceleratore. Accade in particolare che il Fogna faccia più vincenti (53 contro 52) e meno errori gratuiti (58 contro 62) di Carlitos. Che il pubblico lo sostenga con un affetto e una stima che non si attendeva. Che la partita rimanga aperta per gran parte delle quattro ore e mezza complessive.







