Paolo Crucianelli

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Esiste un luogo comune confortante secondo cui l’Italia sarebbe la “campionessa europea di instabilità elettorale”. Confortante perché nei luoghi comuni c’è sempre un che di assolutorio: se è un primato, è quasi un destino, e quindi nessuno è davvero responsabile. Peccato che non sia vero. A guardare i numeri, dal dopoguerra a oggi, il paese che ha cambiato più volte la propria legge elettorale non è l’Italia, è la Grecia. E paesi come Germania, Spagna, Portogallo e Regno Unito hanno mantenuto sostanzialmente lo stesso sistema per cinquanta, settanta o ottant’anni di fila. L’anomalia italiana, allora, non sta nei numeri, ma nel modo.

I conteggi (vedi tabella) raccontano una geografia chiara. Il Regno Unito vota con il First-past-the-post in piedi dal 1885 e mai modificato; la Germania ha conservato il sistema della rappresentanza proporzionale personalizzata sin dal 1949, con due soli ritocchi strutturali (soglia del 5% nel 1953, riforma Scholz del 2023 per contenere la dilatazione del Bundestag); Spagna e Portogallo non hanno mai riformato il proporzionale uscito dalle rispettive transizioni democratiche. La Francia ha avuto un’evoluzione più mossa, ma con una traiettoria diversa dalla nostra: il maggioritario uninominale a doppio turno introdotto da De Gaulle nel 1958 è ancora oggi vigente, con l’unica deviazione del 1986 quando Mitterrand introdusse il proporzionale, sistema usato in quell’unica elezione e subito abrogato da Chirac. Dal 1988 si vota con lo stesso meccanismo, e quasi quarant’anni di stabilità hanno costruito quel “fait majoritaire” che è oggi una delle architravi della politica francese.