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I parastinchi, che nel calcio servono a proteggere le tibie dai calci, sono diventati sempre più piccoli e leggeri. Fino a qualche anno fa erano pezzi di plastica dura lunghi più di 15 centimetri, mentre oggi tra i calciatori – soprattutto quelli più giovani – sono grandi quanto una carta di credito. Si continuano a usare per via di una vaga regola che ne impone l’utilizzo, ma hanno ormai poco a che fare con la protezione delle tibie (o, come si dice in gergo e in genere tirando in ballo i santi, degli stinchi).
Il primo a indossarli fu Sam Weller Widdowson, difensore e capitano del Nottingham Forest ed ex giocatore di cricket. Lo fece nel 1874, per proteggere la tibia che si era rotto proprio a causa di un calcio dato da un avversario. Era un calcio ben diverso, molto più fisico e assai meno regolamentato. Widdowson detiene quello che si può definire il “brevetto” dei parastinchi: prese due protezioni che si usano tuttora nel cricket, lunghe abbastanza da coprire l’intera gamba, e le tagliò di una misura utile a coprire solo la tibia. La sua trovata però non ebbe troppa fortuna e le protezioni per i calciatori rimasero scarse e improvvisate.
Circa cent’anni dopo per esempio, nella finale dei Mondiali del 1970 tra Brasile e Italia, Pelé, il giocatore più forte della nazionale brasiliana, fu colpito dagli avversari con vari colpi violenti. Uno di questi contrasti gli provocò un profondo taglio alla tibia che richiese diversi punti di sutura. L’incidente, capitato durante la partita più seguita nel calcio, aumentò l’interesse per la ricerca di una soluzione, che però arrivò quasi vent’anni più tardi.








