Fratelli d'Italia 25 giugno 2026 Lo ha sostenuto Fratelli d’Italia, ma la sentenza non cancella le contestazioni mosse all’Italia dalla Corte penale internazionale, che avrà l’ultima parola sul caso ANSA Negli ultimi giorni, Fratelli d’Italia è tornata a parlare del “caso Almasri”. Almasri, al secolo Osama Almasri Njeem, è l’ex capo della polizia giudiziaria libica ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI), che a gennaio 2025 era stato prima arrestato e poi rimpatriato dall’Italia. Lunedì 22 giugno il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato sul proprio sito ufficiale un comunicato dal titolo «Almasri: condanna in Libia conferma che espulsione fu corretta».

Il riferimento è alla condanna comminata dal Tribunale di Tripoli contro Almasri, che dovrà scontare 7 anni e 4 mesi di carcere per violazioni dei diritti dei detenuti. Secondo Fratelli d’Italia, questa notizia «conferma che il governo Meloni aveva ragione ed ha agito correttamente». Il generale libico, sostiene il partito, «rappresentava un pericolo per la sicurezza nazionale e quindi andava espulso velocemente, assicurandolo alla giustizia libica che infatti ha fatto il suo corso».

Le cose però non stanno davvero come sostiene Fratelli d’Italia. Vediamo perché. Il “caso Almasri” La vicenda è iniziata il 18 gennaio 2025, quando la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Almasri. L’allora capo della polizia giudiziaria libica era accusato di diversi crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dal febbraio 2015 in Libia, tra cui tortura, omicidio e violenza sessuale. Il giorno successivo, il 19 gennaio, Almasri è stato arrestato dalle autorità italiane a Torino, ma appena due giorni dopo è stato scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato.