Condannato in Libia, salvato dall’Italia. La vicenda dell’ex comandante Osama Najeem Almasri si arricchisce di un nuovo capitolo, che fa molto riflettere. Il Tribunale penale di Tripoli ha inflitto ad Almasri una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti“, secondo quanto riportano media libici. Per l’ex comandante, al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale, è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Una sentenza durissima, ben diversa dal comportamento che il nostro governo ha riservato a quello che per il suo paese d’origine è – lo dice la decisione dei giudici – un torturatore.

In Italia fermato, rilasciato e accompagnato in Libia

L’ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante della milizia Rada era stato arrestato il 5 novembre scorso su ordine della Procura generale di Tripoli con l’accusa di aver commesso torture e violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Mitiga, nella capitale. A comunicarlo era stata la stessa Procura, dopo aver ascoltato le testimonianze delle vittime. Almasri era stato fermato in Italia il 19 gennaio su mandato della Corte penale internazionale, con le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità, ma nell’arco di pochi giorni era stato scarcerato e riportato in Libia su un volo dei servizi, a causa dell’inerzia del ministero della Giustizia che scelse di non chiedere la convalida dell’arresto e l’applicazione di una misura cautelare. Dalla vicenda è nato un caso politico-giudiziario che ha portato all’apertura di un’indagine per favoreggiamento a carico dei ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e dell’Autorità delegata all’intelligence Alfredo Mantovano: nonostante la richiesta di rinvio a giudizio arrivata dal Tribunale dei ministri, la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere e il fascicolo ha dovuto essere archiviato.