Il generale Almasri, che fino a pochi mesi fa era uno degli “uomini forti” della disastrata Libia, ultimamente è stato condannato dal tribunale penale di Tripoli a sette anni di reclusione per violazioni dei diritti dei detenuti nel suo Paese, avvenute dal febbraio 2015 all’ottobre 2024 nel carcere di Mitiga. È molto verosimile che egli abbia ben meritato la condanna. Purtroppo anche l’Italia è parzialmente inadempiente circa la gestione delle proprie carceri, si sa, ma nel caso della Libia si parla di vere e proprie torture, e la sentenza conferma la fondatezza delle denunce sporte dalle vittime. Non di meno, la sorte di Almasri ci riguarda da vicino, sotto due profili. Il profilo che sembra destare maggiore attenzione nel dibattito pubblico è il comportamento che fu tenuto dalle nostre autorità nei confronti di Almasri al tempo in cui era potente; quello che sembra destarne meno, ma a mio parere è più importante, è che dal 2017 tra Italia e Libia è in vigore un Memorandum, rinnovato ogni tre anni, di cui fa parte la lotta alle migrazioni irregolari, in base al quale molti dei partenti intercettati dalla guardia costiera libica finiscono a Mitiga.
Da noi, la notizia della sentenza del tribunale di Tripoli contro Almasri ha riacceso le polemiche -politiche, e non solo- che nell’inverno 2025 erano scoppiate quando il personaggio, arrestato a Torino sulla base di un mandato della Corte Penale Internazionale, nel giro di un paio di giorni era stato scarcerato e imbarcato su un aereo di Stato che lo aveva riportato in Libia. C’erano state anche discussioni in Parlamento e iniziative legali contro il governo italiano: ad esempio, il 23 gennaio 2025 l’avvocato Luigi Li Gotti -il quale ha lunghi trascorsi politici, in partiti diversi, e che fu Sottosegretario in un governo Prodi- ha presentato un esposto contro la Presidente del Consiglio, il Sottosegretario con delega ai servizi di informazione e sicurezza e i Ministri della Giustizia e dell’Interno, per reati di favoreggiamento e di peculato, mentre ad ottobre il regista cinematografico Aurelio Grimaldi, siciliano, si è rivolto al giudice di pace di Termini Imerese e ha dichiarato alla stampa di confidare che tanti altri cittadini seguano il suo esempio, presentando analoghi ricorsi contro il governo presso i giudici di pace competenti nei territori dove risiedono. Li Gotti e Grimaldi assicurano entrambi di non essere mossi da intendimenti politici contro l’esecutivo in carica.






