Una condanna per evitare un processo. I sette anni e quattro mesi di reclusione sentenziati domenica dal tribunale di Tripoli verso il generale Osama Almasri non sono il simbolo di una Libia che prova ad allinearsi agli standard minimi dello stato di diritto. Sono il contrario: il giudizio di colpevolezza per le torture sui detenuti della prigione di Mitiga, infatti, è un argomento che il boia potrà usare per opporsi al mandato di cattura della Corte penale internazionale. Che, per il principio di complementarità, non può mai superare la giustizia domestica, quando c’è.

I MEDIA VICINI al governo di Tripoli parlano della condanna di Almasri come di «un esercizio di giurisdizione nazionale» ed è bene ricordare che, l’anno scorso, il premier Abdulhamid Dbeibah aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto eloquenti alla televisione di stato: «Siamo rimasti sorpresi dal rapporto della Cpi su Almasri. Come possiamo fidarci di qualcuno che ha violentato una ragazza di 14 anni?». Una presa di distanza, almeno all’apparenza, anche se appare inverosimile che lui, capo dell’esecutivo, non avesse idea di quello che accadesse sotto il suo naso. Ad ogni modo, nel novembre del 2025 Almasri venne arrestato, destituito dal suo incarico di capo della polizia giudiziaria e messo ai domiciliari. A un giorno e mezzo dalla sua condanna, peraltro, nessuno ha idea se lui sia effettivamente detenuto.