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Prima di Biancaneve e i sette nani, nessuno aveva tentato di fare un lungometraggio animato. La Disney dei fratelli Walt e Roy era solo uno dei tanti studi di animazione degli Stati Uniti, e nemmeno il più vecchio. Il settore non era uno in cui si facessero grandi affari. Immaginare di fare un film con una trama complessa, esseri umani animati in modo realistico e una storia per bambini ma buona anche per gli adulti, che facesse ridere e piangere, era non solo ardito dal punto di vista creativo ma anche da quello imprenditoriale. Ma per smettere di vivacchiare con i corti, Disney doveva fare una grande scommessa. Quella di Biancaneve e i sette nani è una delle storie raccontate nel libro Fare film è un inferno, scritto da Gabriele Niola, critico e giornalista di cinema del Post, pubblicato da UTET.

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Come si capisce, quest’operazione così rischiosa, piena di cose nuove e di incognite, così costosa e difficile, stava mandando Walt al manicomio. Lavorava senza pause ed ebbe due esaurimenti nervosi in due anni. La situazione era così seria che il fratello a un certo punto lo convinse a fermarsi e prendersi una vacanza di undici settimane, cioè quasi tre mesi! Una follia, visti i problemi e i ritardi, ma era anche chiaro che il film stava iniziando a risentire delle tensioni e dello stress accumulato.