Foto di MART PRODUCTION/Pexel

Nel 2024 ogni italiano ha consumato in media 257 litri di acqua minerale: nel 1985 erano 65. Significa che in meno di quarant’anni il consumo pro capite è quasi quadruplicato e, nello stesso periodo, la produzione nazionale di acqua in bottiglia è passata da 3,4 a 17 miliardi di litri.È da qui che parte Imbottigliati, il nuovo libro del giornalista Luca Martinelli, pubblicato da Altreconomia. La domanda è semplice: com’è possibile che in un Paese in cui l’acqua del rubinetto è controllata, distribuita in modo capillare e disponibile praticamente in ogni casa, il consumo di minerale in bottiglia continui a crescere?La risposta ha sorpreso anche l’autore stesso. “A me ha colpito trovare nei dati questo riferimento a un aumento dei consumi di oltre il 30% nell’arco degli ultimi 15 anni - ha dichiarato Martinelli a Il Bo Live -, in quello che io consideravo già allora un mercato maturo”. A ben vedere i dati però, il mercato non era per nulla saturo, tanto che ha continuato a espandersi.Il problema principale però non è nemmeno il dato quantitativo dei 257 litri di acqua minerale pro capite, il focus su cui si concentra il libro è cosa comporta tutto ciò e, soprattutto il modo in cui siamo arrivati a considerare normale comprare al supermercato casse d’acqua quando potremmo bere quella del rubinetto. È un gesto quotidiano, che sembra anche banale, ma che tiene insieme pubblicità, abitudini, sfiducia verso il servizio pubblico, ma anche l’uso massiccio di plastica, con annessi costi di trasporto, costi anche ambientali ricordiamolo.Quando si parla di acqua poi, pensiamo sempre che quella del rubinetto sia meno sicura di quella comprata. Sappiamo però che in Italia tendenzialmente, tranne alcune eccezioni, l’acqua è sicura e potabile. Il libro ricostruisce l’evoluzione della normativa italiana sulle acque destinate al consumo umano e ci parla del primo rapporto nazionale sulla qualità dell’acqua potabile, pubblicato dal Centro nazionale per la sicurezza delle acque dell’Istituto superiore di sanità. Questo ha esaminato oltre 2,5 milioni di analisi condotte tra il 2020 e il 2022 e la conformità media nazionale risulta compresa tra il 99,1% per i parametri sanitari microbiologici e chimici e il 98,4% per i parametri indicatori.Questo non significa che non esistano eventuali criticità da risolvere e Martinelli lo spiega parlando anche dei PFAS, un caso che negli ultimi anni ha contribuito ad abbassare la fiducia nei confronti del servizio acquedottistico. “Da una parte hai un macroproblema che senz’altro negli ultimi anni ha contribuito a un ulteriore abbassamento del livello di fiducia dei cittadini nei confronti del servizio acquedottistico”, dice. Dall’altra, però, “c’è uno sforzo pubblico o per individuare nuove fonti di approvvigionamento o per introdurre dei sistemi di potabilizzazione dell’acqua più avanzati laddove è possibile”.Leggi anche:Ci sono sempre più conferme sulla pericolosità dei PFASPFAS: ripulire, risanare, vietare? PFAS: il conto salato pagato dai cittadini per avere acqua pulitaIl problema, aggiunge, è che questo sforzo viene raccontato poco. “Resta l’emergenza e quindi resta questa percezione per cui l’acquedotto non ti può dare sicurezza, quando invece in realtà c’è uno sforzo significativo per ricreare delle condizioni efficaci di servizio”.Il dato Istat conferma questa distanza tra controlli e percezione: nel 2024 il 28,7% delle famiglie italiane dichiarava di non fidarsi dell’acqua del rubinetto. Allo stesso tempo, l’82,6% delle persone di 11 anni e più consumava almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno.Il peso della pubblicitàLa sfiducia verso l’acqua del rubinetto, quasi solo Italiana e lo vedremo dopo, non nasce però dal nulla. Per decenni la pubblicità dell’acqua minerale ha costruito un immaginario molto potente che parte dalla sorgente di montagna, e passa per la purezza, la leggerezza, il benessere in generale. L’acqua in bottiglia è stata quindi raccontata come qualcosa di più sicuro, più naturale e, quindi, anche più desiderabile. L’acqua del rubinetto, invece, è rimasta quasi senza racconto.“La pubblicità dell’acqua minerale era - continua Martinelli -, ed è, uno strumento che al pari di altri settori industriali aveva in qualche modo spinto oltre misura il consumo, perché i dati se comparati con quelli europei lo confermano”.Nel libro c’è anche un’intervista a Bruno Maria Mazzara, docente di Psicologia dei consumi alla Sapienza di Roma e proprio questo scambio è una delle parti più utili per capire che il fenomeno non è soltanto economico o ambientale. Riguarda il modo in cui alcune abitudini diventano ovvie. Non scegliamo più l’acqua minerale come una possibilità tra le altre: la consideriamo la soluzione normale.È per questo che il gesto di comprare acqua in bottiglia continua a ripetersi anche quando appare poco razionale. Non solo perché la bottiglia è associata a sicurezza e purezza, ma perché il consumo stesso è stato normalizzato. Il punto quindi, per Martinelli, non è solo che continuiamo a bere moltissima acqua minerale, è anche che abbiamo smesso di discutere pubblicamente delle condizioni che rendono possibile quel mercato. Negli anni del referendum sull’acqua bene comune, ricorda, il tema delle concessioni “esisteva nell’agenda politica regionale” e portò almeno a “minimi innalzamenti” dei canoni. Oggi, invece, “siamo fermi lì”: il tema è “completamente” sparito dal dibattito pubblico.Un bene comune dato in concessioneC’è poi il tema, più politico ed economico, delle concessioni. L’acqua minerale nasce da una risorsa pubblica, affidata a imprese private attraverso concessioni regionali. Da anni associazioni ambientaliste e osservatori indipendenti denunciano il basso valore dei canoni pagati dalle aziende rispetto ai fatturati del settore.Nel libro Martinelli ricorda che la disciplina di riferimento affonda ancora le radici in un regio decreto del 1927. Ed è un punto su cui l’autore insiste molto anche nell’intervista: “Il problema principale non è tanto che viene dal periodo fascista, quanto che nel 1927 non avevamo nessuna idea di ecologia, non avevamo nessuna idea di ambiente, non avevamo nessuna idea dei limiti dello sviluppo”.Non si tratta quindi solamente di dover aggiornare qualche canone, si tratta proprio di chiedersi se abbia senso continuare a gestire una risorsa naturale, oggi sempre più preziosa, con un impianto culturale nato in un tempo in cui non esistevano il cambiamento climatico, il concetto di limite ecologico, la consapevolezza della crisi idrica e dell’impatto degli imballaggi.“Tu non puoi continuare a gestire un settore sulla base di una legge che viene da un tempo storico in cui tutte problematiche che sono a noi contemporanee non esistevano e non potevano essere prese in considerazione”, dice Martinelli. L’impianto, aggiunge, era fondato “sulle possibilità di sfruttamento senza limiti dei giacimenti”.La plastica, cioè il petrolioL’acqua in bottiglia però non è soltanto acqua. È anche PET, trasporto, logistica, carburanti, rifiuti. È, in altre parole, un pezzo della nostra dipendenza quotidiana dalle fonti fossili.Martinelli lo dice in modo netto: “Alla fine si parla partendo da acqua, ma in realtà stiamo parlando di petrolio”. Il riferimento è al PET, il polietilene tereftalato usato per la maggior parte delle bottiglie, ma anche all’intero sistema che rende possibile distribuire su scala nazionale milioni di confezioni d’acqua, spesso trasportate per centinaia di chilometri.In questo senso il problema non è solo la bottiglia vuota che finisce nella raccolta differenziata. È tutto ciò che viene prima: l’estrazione della materia prima, la produzione dell’imballaggio, il riempimento, il trasporto, lo stoccaggio, la vendita, il rifiuto. E va bene riciclare la singola bottiglia, ma tutto ciò che ci sta a monte è un consumo di energia e prodotti che sarebbe facilmente evitabile.L’autore porta anche l’esempio della Valle Stura e di Acqua Sant’Anna, raccontato nel libro a partire dalle proteste di alcuni cittadini. Nell’intervista riferisce il calcolo fatto da un rappresentante dei comitati locali sul numero di mezzi pesanti necessari a trasportare l’acqua imbottigliata: “Sarebbero un migliaio” di tir al giorno. Una stima del comitato, dunque, ma significativa per capire la percezione dell’impatto sui territori attraversati da una logistica così intensa.“Se tu pensi che le giornate di lavoro possono essere lunghe anche 14 ore, che poi l’inverno non è così, però 14 ore non sono 1000 minuti. Quindi sono più di uno al minuto. Comunque sia è impattante per chi vive in un paese: una colonna costante di mezzi”.Il punto, ancora una volta, è che una parte dei costi non viene incorporata nel prezzo della bottiglia. Rumore, traffico, emissioni, consumo delle strade, rifiuti, impatti paesaggistici e ambientali restano spesso fuori dal conto finale.Il ristorante come luogo in cui cambiano le abitudiniC’è però un ambito in cui qualcosa sembra muoversi e ce lo racconta Luca Martinelli. Secondo l’autore di Imbottigliati, sempre più locali della “nuova generazione”, quindi con una proprietà giovane, scelgono di servire acqua di rete, talvolta microfiltrata, in caraffa. Una scelta che può ridurre costi, rifiuti e ingombri, ma che ha anche un valore culturale.Secondo Martinelli, non è un caso che Mineracqua, l’associazione che rappresenta le imprese del settore, abbia concentrato negli ultimi anni molta attenzione proprio sul canale della ristorazione. “Se io al ristorante inizio a vedere con tranquillità servire dell’acqua di rubinetto - conclude Martinelli -, allora poi io mi rendo conto che posso iniziare a farlo anche a casa”.È un passaggio importante perché quando si parla di abitudini sappiamo quanto siano difficili da cambiare, ma il discorso “ristorante” può far diventare il gesto di bere acqua del rubinetto più accettabile. In molti Paesi europei entrare in un locale e ricevere una caraffa d’acqua è normale. In Italia, invece, chiedere acqua del rubinetto può ancora sembrare una richiesta da giustificare.È proprio il confronto europeo a rendere ancora più evidente l’anomalia italiana. In diversi Paesi infatti il consumo annuo di acqua confezionata è molto più basso: 10 litri pro capite in Norvegia e Svezia, 20 in Finlandia, 21 in Danimarca, 31 in Olanda, 41 nel Regno Unito e in Estonia. Questo non significa che l’acqua in bottiglia non esista, ma, come dice Martinelli, forse altrove l’acqua minerale “non è mai diventata una commodity” come in Italia.L’obiettivo di Imbottigliati non è quello di demonizzare l’acqua minerale in bottiglia e cerca proprio di evitare la contrapposizione morale. Non si tratta di dire che l’acqua minerale debba sparire sempre, esistono contesti, preferenze, situazioni particolari. Si tratta piuttosto di chiedersi perché un consumo che potrebbe essere occasionale sia diventato quotidiano, strutturale, quasi automatico.Perché quando si parla di acqua si parla del nostro rapporto con i beni comuni, della fiducia nel pubblico, del potere della pubblicità, della dipendenza dalla plastica e quindi dai combustibili fossili. La domanda da cui partire prima di leggere il libro non è perché qualcuno scelga ogni tanto una bottiglia ma come mai un Paese che dispone di acqua potabile controllata e accessibile continui a considerare più normale comprarla, trasportarla e buttarne l’imballaggio, invece di aprire il rubinetto.