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Candida Morvillo

L'ex capitano azzurro: persi la retina e non me ne accorsi. Non ho voluto fare l'allenatore per stare la domenica con i miei figli

Massimo Giovanelli, se le dico 22 marzo 1997?«Grenoble, Stade Lesdiguière: Francia-Italia 32 a 40, prima Coppa Europa del nostro rugby. E prima vittoria di sempre sulla Francia, che arrivava dalla vittoria nel Cinque Nazioni, dai festeggiamenti: una squadra fortissima. Io ero il capitano e, per me, è stata la chiusura di un cerchio che parte in un pomeriggio assolato di fine agosto, nell’ora in cui il sole cade sull’erba. Ce l’ho ancora fotografato nella memoria, anche se era il 1982: avevo quindici anni ed entro in campo per la prima volta, senza avere idea di cosa fosse il rugby, senza nemmeno le scarpe giuste, l’abbigliamento adatto».

Com’era arrivato su quel campo?«Abitavo a Borghetto di Noceto, un paesino di 700 abitanti, vicino a Parma. In quarto ginnasio, giravo con un motorino che era tutto tranne che regolare. A un posto di blocco, mi ferma un carabiniere. Era aquilano, si chiamava Gigi Pascarelli, era arrivato a Noceto per amore. Mi guarda, mi vede bello robustino, e mi fa: “Il motorino te lo lascio se vieni a fare una prova di rugby”. E io: “Rugby? E cos’è?”. Me lo spiega lì: che c’è una squadra, c’è il pallone, che il gioco consiste nell’andare avanti ma passando il pallone indietro. Vado, entro in campo e resto folgorato».