“Lo spazio ci ha insegnato che è possibile costruire insieme anche quando è difficile parlarsi. Ma la comunità scientifica ci sta insegnando anche qualcos'altro: che la cooperazione non è automatica, e che la conoscenza può diventare leva di potere, o bersaglio". È con questa consapevolezza che Roberto Battiston, fisico di fama internazionale e già presidente dell’Agenzia spaziale italiana, ha assunto all’inizio del 2026 la presidenza dell’European space sciences committee (Essc), il comitato indipendente che rappresenta la comunità scientifica spaziale europea nei confronti dell’Esa e delle istituzioni dell’Unione europea.Wired Italia lo ha intervistato per capire dove sta andando la scienza spaziale europea, quale ruolo può giocare il continente in un settore sempre più legato a doppio filo con la geopolitica, e perché tutto questo riguarda anche la crisi climatica.Quando lo spazio smette di essere neutroPer decenni lo spazio è stato, almeno nell’immaginario collettivo, un territorio sottratto alle logiche della politica di potenza. Un luogo dove la cooperazione era possibile anche tra avversari, dove la scienza aveva una sua autonomia. Quella stagione si è chiusa, o si è comunque incrinata in modo profondo.“Viviamo in un’epoca in cui l’orbita è affollata, i dati sono contesi, la fiducia è scarsa“, spiega Battiston. La scienza spaziale si trova oggi a fare i conti con almeno tre dimensioni sovrapposte e spesso in tensione tra loro: è una frontiera scientifica, dove si interrogano le origini dell’universo e la possibilità di presenze di vita altrove. È un’infrastruttura critica, da cui dipendono comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra, sistemi finanziari e di sicurezza; ed è un dominio strategico, dove la distinzione tra uso civile e militare – il cosiddetto dual use – diventa sempre più sottile, a volte invisibile.A questo si aggiunge la questione dei tempi. Le grandi missioni spaziali sono imprese intergenerazionali. Juice (Jupiter icy moons explorer), già in viaggio verso il sistema di Giove, restituirà i suoi dati scientifici negli anni Trenta e Quaranta. “Quando la scienza diventa così sofisticata e matura, le domande a cui si vuole rispondere rimangono semplici e affascinanti: c’è vita altrove? Com’è fatto l’universo nelle sue strutture fondamentali? – racconta Battiston–. Ma i tempi necessari per rispondervi si dilatano enormemente”. È quella che viene chiamata big science: comunità scientifiche che si organizzano per decenni, si passano il testimone tra generazioni e sviluppano strumenti di precisione assoluta.“Vuol dire che la forza motivante di queste comunità è così potente che tutti ritengono valga la pena spendere vent’anni su un problema. Non solo le risorse economiche, ma lo sforzo umano e intergenerazionale. È questo che rende le grandi missioni spaziali qualcosa di straordinario anche dal punto di vista della capacità di organizzazione umana”, riflette Battiston.Il ruolo dell’Europa: autonomia non è autarchiaIn questo scenario, l’Europa occupa una posizione peculiare: è una potenza scientifica di primo piano, ma è anche un continente che deve fare i conti con una parola tornata prepotentemente al centro del dibattito politico: autonomia.“Non va confusa con l’autarchia – precisa Battiston –. Significa capacità di scegliere. Non essere costretti ad accettare partner, tecnologie, dipendenze semplicemente perché non c’è alternativa”. Questo principio distingue strutturalmente il modello europeo da quello americano. L’Esa è un’organizzazione intergovernativa che coordina le attività spaziali di 22 paesi membri – di cui solo 19 appartengono all’Unione Europea – secondo criteri di eccellenza scientifica, valutazione indipendente e peer review sistematica. Non risponde a logiche di bilancio federale né a priorità strategiche di una singola amministrazione nazionale. “I risultati vengono pubblicati, verificati da altri, e poi verificati ancora. Questo rigore è la garanzia più solida che abbiamo: il modo più affidabile che gli esseri umani abbiano mai trovato per avvicinarsi alla verità in modo oggettivo".Il rapporto tra Esa e Unione europea si sta inoltre evolvendo verso una maturità nuova. La prima porta eccellenza tecnica e decenni di esperienza programmatica; la seconda porta mandato politico, capacità regolatoria e scala continentale. Se questa partnership funziona come un ponte – e non come un confine burocratico – l’Europa può agire con coerenza su osservazione della Terra, navigazione, connettività sicura e sostenibilità orbitale. Il programma Copernicus, sistema europeo di osservazione della Terra che produce dati aperti a disposizione di chiunque, è l’esempio più concreto di questa forza: governato e finanziato dall’Ue, non dipende dalle scelte di un singolo governo né da logiche di mercato, e per questo resiste meglio alle turbolenze politiche che altrove hanno già colpito programmi analoghi.Il rischio attuale, semmai, secondo Battiston è quello opposto: la frammentazione interna. “In un mondo che si organizza attorno a grandi piattaforme e grandi ecosistemi – avverte lo scienziato –, la divisione non è pluralismo: è vulnerabilità".Dallo spazio al clima: lo stesso nodo irrisoltoPer Battiston, le stesse dinamiche delle sfide spaziali si ritrovano anche nella crisi climatica, ma al momento gli approcci messi in campo per affrontarle appaiono diversi. “Le comunità scientifiche dello spazio, così come il Cern, sono esempi straordinari che dovrebbero essere presi a modello dalla società per affrontare i grandi problemi su cui invece siamo più lenti e più frammentati. Come quello climatico".La difficoltà della questione climatica, secondo Battiston, non è scientifica: la scienza è già ben impostata da decenni. Il problema è che risulta intrecciata in modo indissolubile a interessi economici, politici, industriali, strategici. “Gli scienziati non hanno praticamente autonomia di scelta e di decisione, perché sono troppo spesso bloccati da questioni di carattere politico. Le Cop dimostrano chiaramente che il problema non è scientifico: è geopolitico, di risorse, di interessi industriali enormi”. C’è però un passaggio storico che Battiston considera troppo spesso sottovalutato. La Cop21 di Parigi del 2015 – quando 195 paesi firmarono il riconoscimento che l'essere umano è responsabile del riscaldamento globale – è arrivata quarant’anni dopo il durissimo dibattito degli anni Ottanta tra la comunità scientifica e gli interessi dell’industria fossile. “È accaduto solo undici anni fa. Un tempo piccolissimo rispetto ai processi globali della politica internazionale. Non possiamo dimenticarcelo quando ci lamentiamo che le Cop successive sono fatte di alti e bassi".Da Parigi in poi qualcosa è cambiato, però in modo ambivalente. Chi aveva interesse a negare il problema non può più farlo apertamente: nessun attore rilevante si dichiara oggi negazionista. “Questo non vuol però dire che gli interessi sono scomparsi: sono dietro le quinte, sussurrano all’orecchio dei politici, si nascondono nel greenwashing. Il che li rende, paradossalmente, più difficili da smascherare, ma non meno efficaci nel rallentare l’azione”, commenta Battiston.In questo scenario, il metodo scientifico rimane la sola bussola affidabile. “Le uniche persone di cui la comunità civile si può davvero fidare, perché parlano un linguaggio oggettivo, sono gli scienziati e le comunità scientifiche. La confusione nasce quando viene meno il rigore dell’analisi critica, distaccata dagli interessi della politica e dell’industria”.Lo spazio ha già dimostrato che comunità scientifiche motivate da obiettivi di lungo periodo riescono a costruire infrastrutture di conoscenza che sopravvivono alle crisi, ai cambi di governo, alle fratture geopolitiche. La domanda che Battiston lascia aperta – e che riguarda tutti noi – è se riusciremo a fare lo stesso per il pianeta che abitiamo.