Per un pugno di voti. Meno dello 0,3 per cento – mercoledì sera il distacco era di 43.552 voti con 26mila schede da scrutinare – dopo oltre due settimane di conteggio, contestazioni, ricorsi e accuse di brogli. Alla fine, Keiko Fujimori ce l’ha fatta: la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, l’uomo forte del Perù degli anni Novanta, è la nuova presidente del Paese. Un ritorno che pesa ben oltre il nome di famiglia. Perché dentro il successo della leader conservatrice di Fuerza Popular si condensa la crisi di una democrazia fragile, logorata da anni di scontri istituzionali. La vittoria è arrivata al termine di un testa a testa con il candidato di sinistra Roberto Sánchez. Per giorni l’esito è rimasto sospeso. In patria, infatti, la mappa del voto raccontava un Paese spaccato: Fujimori ha prevalso nella capitale, mentre Sánchez si è imposto in gran parte del resto del Perù, soprattutto nel Sud andino. A ribaltare gli equilibri è stato il voto dei peruviani all’estero, dove la candidata della destra ha raccolto oltre il 63 per cento delle preferenze, in particolare negli Stati Uniti, che ospitano la più ampia comunità peruviana fuori dai confini nazionali. Proprio quei voti sono diventati il cuore dello scontro post-elettorale. Sánchez ha denunciato «gravi irregolarità», sostenendo che al secondo turno le schede non siano state digitalizzate come invece era avvenuto nel primo. Il suo partito, Juntos por el Perú, ha presentato ricorsi, ha chiesto l’annullamento dei voti esteri e ha già dichiarato che non riconoscerà un eventuale governo Fujimori.Resta, al di là delle contestazioni, la geografia politica uscita dalle urne. È la conferma di una mappa ben nota: quella di due Paesi chiamati Perù. Da una parte Lima e la costa, il Perù urbano, criollo, dove si concentrano il potere politico, le élite economiche, i grandi media e le istituzioni. Dall’altra il Perù andino, il Sud delle province, delle comunità indigene e dei territori a lungo esclusi dalla crescita e dalla rappresentanza. È una faglia antica, che percorre la storia repubblicana del Paese e che le elezioni hanno riportato in superficie con forza. Fujimori ha conquistato il centro, Sánchez le periferie. La prima ha parlato alla domanda di ordine, sicurezza e stabilità; il secondo al risentimento di chi si sente lasciato ai margini. Non sarà semplice per la "Señora K" farsi interprete di due anime che parlano lingue diverse. Negli ultimi otto anni il Paese ha avuto altrettanti presidenti. Tre sono stati sottoposti a impeachment, uno si è dimesso dopo appena sei giorni. Quattro ex capi di Stato si trovano in carcere. Lo stesso Alberto Fujimori ha scontato 16 anni di prigione per violazioni dei diritti umani commesse durante il suo decennio al potere. Keiko, al quarto ballottaggio, in campagna elettorale ha richiamato l’immagine del padre come uomo capace di sconfiggere il terrorismo e rimettere in piedi l’economia, stabilendo un parallelismo con la lotta alla criminalità che oggi preoccupa il Perù. È una memoria divisiva: anche per questo la vittoria di Keiko non chiude una fase, ma rischia di aprirne un’altra altrettanto conflittuale.Sul tavolo della presidente ci sarà subito il nodo della governabilità. Il Congresso, che tornerà al bicameralismo dopo trent’anni, sarà frammentato. Fuerza Popular sarà il gruppo principale, ma senza maggioranza assoluta. Serviranno capacità di costruire un equilibrio in un sistema che da tempo sembra aver smarrito i propri argini. E servirà soprattutto una risposta politica a quella parte del Paese che non si riconosce nella nuova leadership. Perché il Perù che ha perso a Lima è lo stesso che ha votato in massa per Sánchez nel Sud, e che già si mobilita nelle piazze contro un esito ritenuto illegittimo. Un deja-vù che richiama a poche ore di distanza il risultato delle elezioni colombiane, con la vittoria del candidato di destra, De la Espriella, anche in questo caso per una manciata di voti, sull’avversario di sinistra Iván Cepeda. È la risacca dell’onda rosa – la stagione delle vittorie progressiste – che sembra lasciare spazio a un nuovo ciclo conservatore da Milei in Argentina a Bukele in El Salvador, il “dittatore cool”, guardato come modello da Noboa in Ecuador e da Kast in Cile. Tutti buoni alleati di Trump: Costa Rica, Paraguay, Panama, Honduras. Con il Venezuela “amico” e la vittoria della Señora K gli Stati latinoamericani governati dalla destra diventano dieci. Non è più solo il Perù a essere diviso in due.
Chi è Keiko Fujimori, presidente (per un soffio) del Perù
Resta, al di là delle contestazioni, la geografia politica uscita dalle urne. È la conferma di una mappa ben nota: quella di due Paesi in uno. Ve li raccontiamo











