La vittoria di Keiko Fujimori nelle elezioni presidenziali più serrate della storia del Perù riapre vecchie ferite e riporta al potere nel Paese sudamericano il nome di una dinastia politica controversa. Con il 98,8% delle schede scrutinate, l’esito del voto si è determinato solo nella tarda serata di ieri, quando è apparso chiaro che lo sfidante Roberto Sanchez non avrebbe più potuto recuperare lo svantaggio. Anche se l’Onpe, l’organismo elettorale peruviano, annuncerà ufficialmente il vincitore a metà luglio, è dunque ormai chiaro che dal 28 luglio, data dell’insediamento, Fujimori sarà la prossima presidente del Perù e la prima donna a ricoprire tale carica. Ma dopo settimane di contestazioni e divergenze, e sebbene gli osservatori internazionali abbiano affermato che entrambi i turni elettorali si siano svolti regolarmente, Sanchez ha dichiarato che non riconoscerà la vittoria di Fujimori e ha invitato i peruviani a scendere per le strade e protestare durante il fine settimana. “Non riconosceremo quel governo e dichiareremo lo stato di lotta politica e sociale: un movimento di resistenza popolare e patriottica”, ha scritto Sanchez in un post su X. Le sue dichiarazioni sono l’ultimo segnale delle tensioni e instabilità che attraversano il fragile sistema politico peruviano, che ha visto succedersi nove presidenti nell’arco dell’ultimo decennio.
Perù, la rivincita di Fujimori | ISPI
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