Vigevano. Nel linguaggio secco e quasi cifrato delle chat, finite ora agli atti del processo, non compaiono nomi e cognomi, ma soprannomi: il “Giovane”, il “Vecchio”, il “Pagnotta”, il “Palestrato”, riferiti a consiglieri comunali della precedente maggioranza di Vigevano da agganciare per fare cadere la giunta Ceffa. Un tentativo provato, ma fallito il 30 novembre 2022 dopo il quale l’allora sindaco Andrea Ceffa avrebbe tentato di rafforzare la sua maggioranza corrompendo la consigliera Roberta Giacometti con una consulenza. Tutti fatti (da dimostrare durante il dibattimento in corso a Pavia) che hanno portato al processo che vede imputati per corruzione l’ex sindaco Andrea Ceffa, la ex consigliera Roberta Giacometti, l’ex direttore amministrativo di Asm Vigevano Alessandro Gabbi e l’ex amministratore di Vigevano Distribuzione e Gas Matteo Ciceri. A processo per tentata corruzione anche il costruttore Alberto Righini e l’ex eurodeputato della Lega Angelo Ciocca: avrebbero cercato di corrompere dei consiglieri, in particolare Emma Stepan, che rifiutò 15mila euro da Ciocca, per fare cadere la giunta Ceffa. Le chat in aula Dietro quei nomignoli – secondo l’impianto accusatorio – si muoverebbe il gruppo che avrebbe cercato di costruire, messaggio dopo messaggio, la caduta dell’allora sindaco Ceffa nell’autunno 2022. Messaggi rievocati ieri durante il processo in corso in tribunale a Pavia. A parlarne i carabinieri che eseguirono le indagini, sentiti come testimoni. Due i gruppi WhatsApp principali ricostruite dagli inquirenti: “13” e “Bomber”, nomi che già da soli restituiscono l’idea di un’operazione ragionata, quasi codificata secondo l’accusa. La prima chat in particolare richiama il numero di consiglieri necessari per far cadere la giunta con le dimissioni simultanee. Nella chat “13”, ricostruiscono gli atti, avrebbe mandato messaggi l’ex amministratore di Asm Vigevano luce e gas Alessandro Gabbi, il costruttore Alberto Righini, l’ex vicesindaco Antonello Galiani e il gestore di una cooperativa locale Lorenzo Fusani. È qui che, secondo i carabinieri, si intrecciano valutazioni sui consiglieri comunali, analisi delle loro posizioni e possibili margini di manovra per arrivare alle 13 dimissioni necessarie per far cadere il sindaco. La seconda chat, “Bomber”, avrebbe avuto una composizione in parte sovrapponibile, ma più ristretta e operativa. Anche qui, secondo le trascrizioni agli atti, si discutono contatti, disponibilità e strategie per intercettare consiglieri pronti a dimettersi, con riferimenti a possibili “incentivi” o prospettive lavorative. Le due chat, secondo l’accusa, non sarebbero state semplici luoghi di coordinamento politico informale, ma tavoli operativi in cui si mappavano disponibilità, resistenze e leve di pressione sui consiglieri comunali. Si discutono nomi in codice, si incrociano informazioni su possibili defezioni, si ipotizzano promesse di incarichi o vantaggi futuri per chi fosse disposto a lasciare il proprio posto in consiglio nella data chiave del 30 novembre 2022. Le acquisizioni delle chat vennero fatte dopo quel 30 novembre, con l’apertura del fascicolo d’indagine, originata da una denuncia presentata proprio dall’allora sindaco leghista Ceffa.
Ceffa, in aula le chat dei “congiurati” che volevano far cadere l’ex sindaco
Secondo l’accusa, si tramava su due gruppi WhatsApp
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