Lo scaffale

Mario Lavia

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Nel 1949 uscì un pamphlet di notissimi intellettuali (Gide, Silone, Koestler tra gli altri) divenuto un classico, “Il dio che è fallito”: quel “dio” era l’idea comunista più che il comunismo come fatto storico, che doveva crollare quarant’anni dopo. Il “dio” oggi è un altro: il progressismo nella sua versione contemporanea del wokismo e della subalternità alla tecnica, e non solo il progressismo come essenza del discorso della sinistra ma anche nel senso della “coloritura” progressista del liberalismo.

Questo è il perno su cui ruota questo libro di filosofia politica – particolarmente chiaro e da tutti fruibile – curato da Massimo De Angelis assieme a un nutrito gruppo di intellettuali (“La libertà – Dopo l’eclissi progressista e l’avvento delle IA”, Rubbettino). L’anti-progressismo del volume non sfocia banalmente nel sostegno al pensiero di destra oggi dominato dall’ideologia Maga, seppure De Angelis non consideri un accidente il fenomeno del trumpismo ma una risposta alla ideologia progressista. Esso – scrive – «si sviluppa come reazione da parte del potere esecutivo contro l’allargarsi del potere giudiziario e di quello delle infrastrutture statali, il cosiddetto deep State. Come tutti i rovesciamenti ha una componente di forza. Persino brutale. Ma insieme ha una sua giustificazione». Su questo, Sergio Belardinelli, nel suo saggio, è meno netto: «Trump e i suoi seguaci si stiano facendo promotori di un pericoloso neointegralismo, quasi che lo Stato, la politica e la legislazione debbano essere di nuovo sottoposte al potere della religione. E dato che la maggior parte di costoro sono cattolici, vedi il vicepresidente Vance, si torna a prima del Concilio Vaticano II. Qualcosa che francamente non credo possa piacere ai liberali, ma nemmeno ai liberalconservatori».