La festa può attendere. La sanità calabrese, che il Governo aveva già accompagnato idealmente fuori dal lungo tunnel del commissariamento, resta invece ferma sulla soglia. Non più dentro, almeno nelle intenzioni politiche. Ma neppure davvero fuori, perché l’atto che dovrebbe chiudere la stagione della gestione straordinaria è finito sotto la lente della Corte dei Conti e non ha ancora completato il suo percorso. È qui che il caso diventa serio. Non nel gioco delle bandierine tra maggioranza e opposizione, non nella gara a chi aveva ragione prima, ma nella sostanza amministrativa di una Regione che rischia di trovarsi con la sanità sospesa in un mezzo guado. Un posto pericoloso, soprattutto quando si parla di ospedali, bilanci, fondi da ripartire, servizi da garantire e aziende sanitarie che non possono vivere di annunci. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti al Governo sull’atto approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile. I termini del controllo preventivo restano sospesi. Palazzo Chigi ha ora trenta giorni per rispondere. Nel frattempo la Calabria resta in attesa. E in sanità l’attesa non è mai un fatto neutro.
Cosa dice la Corte dei Conti
La magistratura contabile, almeno per quanto emerso, non cancella i risultati rivendicati dalla Regione. Non dice che nulla sia cambiato. Non nega che negli ultimi anni ci siano stati passi avanti sul fronte dei conti, dell’organizzazione e della macchina amministrativa. Ma il punto vero è un altro: quei progressi bastano davvero per chiudere un commissariamento durato oltre quindici anni? Sono stati dimostrati fino in fondo? Sono così solidi da consentire alla Regione di camminare da sola, senza più la stampella della gestione straordinaria?








