C'è un momento, all'apertura di una grande fiera, in cui i padiglioni sono ancora silenziosi e le luci si accendono una a una sugli stand vuoti. Dura poco. Poi arrivano le persone, e con loro le domande. Da oggi, mercoledì, e fino al 26 giugno, BolognaFiere ospita il WMF, We Make Future, su oltre settantamila metri quadri, con più di novanta palchi tematici. Gli organizzatori annunciano oltre ottocento espositori da più di novanta Paesi e più di mille relatori. È la tredicesima edizione di un evento nato come festival del marketing in riviera e diventato uno dei più grandi raduni europei sull'innovazione.
Tra le centinaia di incontri previsti, però, non è la tecnologia in sé a fare più rumore. È una domanda antica, tornata improvvisamente urgente: quando un'immagine, una canzone o un racconto nascono da un algoritmo, chi ne è l'autore?
La domanda al centro
Tra i temi più discussi del festival c'è proprio l'arte prodotta dall'intelligenza artificiale, e attorno a essa critici, storici e creativi si interrogano su come cambia il processo creativo. Il punto non è tecnico. È quasi metafisico.
L'attenzione si sposta dall'autore che manipola la materia alla mente che genera l'idea: chi immagina diventa il vero creatore, mentre le macchine restano co-autrici o strumenti avanzati. Detto così sembra una semplificazione rassicurante. In realtà apre una voragine. Perché se a contare è l'idea e non più la mano che la realizza, allora secoli di pensiero sull'arte, sul talento, sulla fatica del fare, vanno riconsiderati da capo.












