Perché raccontare oggi Cervantes? «Perché ha avuto una grande vita, anche in termini di struttura narrativa drammatica, ed è stato un personaggio più interessante che mai, capace di resistere alla prigionia e di dare vita, decenni più tardi, a personaggi memorabili come Don Chisciotte e Sancho Panza, non privi di ironia». A rispondere è il regista cileno naturalizzato spagnolo Alejandro Amenábar, premio Oscar per “Mare Dentro” e autore di “The Others”, “Apri gli occhi”, “Agora”. In questi giorni è al cinema il suo nuovo film, “Il prigioniero”, sul potere ammaliante della scrittura di un giovane Miguel de Cervantes (interpretato da Julio Peña già protagonista de “La Casa di Carta: Berlino”) durante gli anni della sua prigionia ad Algeri sotto il tiranno Hasán (Alessandro Borghi). In Spagna il film è diventato un caso, arrivando a incassare oltre cinque milioni di euro.Ha voluto raccontare il Cervantes che non si conosce, quello che ha vissuto un'esperienza di vita estrema come la prigionia. Come mai?«È una parte d’esistenza che va conosciuta per comprendere a fondo quello che sarà l’autore di uno dei migliori romanzi di tutti i tempi, il “Don Chisciotte”. Raccontiamo un soldato ventottenne della marina spagnola tenuto prigioniero dai corsari ottomani che nel 1575 scopre nell’arte del racconto una via di salvezza. Un giorno di libertà per ogni sua storia capace di stupire. Questo film non vuole essere solo un omaggio a lui, ma a tutti quegli autori che, anche in epoche lontane, hanno saputo unire le persone nel mondo attraverso le loro storie».Il prigioniero è anche un film sul valore della libertà, per nulla scontato in questo momento storico.«Spesso ho parlato di libertà nei miei film, da “Agora” sulla storia di Ipazia nella biblioteca di Alessandria a “Lettera a Franco” sullo scrittore e filosofo Miguel de Unamuno. Due titoli che ben esprimono la mia sensazione che le cose stiano cambiando, e non per meglio: c’è sempre meno libertà nel mondo. Ne “Il Prigioniero” ho riflettuto sul valore della libertà, o della sua mancanza, in tutte le sue sfaccettature, fisica, intellettuale, artistica».Pensando ai prigionieri, viene da pensare a quello che succede oggi ai migranti. Eppure tra loro potrebbe esserci un nuovo Cervantes.«Proprio così. Concordo con chi ha detto che Santiago Abascal, il leader di Vox, l'estremo partito di destra spagnolo, dovrebbe guardarsi allo specchio per vedere quanto le sue fattezze somiglino a quelle degli arabi che tanto critica. La Spagna è un mix del mondo arabo e castigliano, è un popolo misto, io stesso sono nato in Cile e cresciuto in Spagna. Ai miei tempi in Spagna non c'erano migranti, le persone migravano in altri Paesi come la Germania, Francia, l’Italia, solo pochi anni fa abbiamo iniziato a ricevere persone. Il viaggio che i miei genitori hanno fatto per arrivare in Spagna è stata un'esperienza molto diversa da quella che leggiamo sulle cronache dei giornali».Rintraccia aspetti in comune tra le sue versioni di Cervantes e di Ipazia?«La vita complessa, lo studio e l’urgenza di libertà. Ipazia è una donna di scienza che lotta per emergere al di là del suo genere e deve interagire con amici e nemici su diversi fronti, Cervantes vive in un campo di prigionieri ed è a stretto contatto con chi lo tiene recluso. Mi piace raccontare personaggi che possano essere contaminati dall’altro».Com’è stato dirigere Alessandro Borghi?«Fantastico. È un attore di grande talento, dovendo scegliere un italiano per il ruolo del veneziano Hasàn è stato la nostra prima scelta. Avevo visto “Suburra” e “Le otto montagne” e amato il suo lavoro, anche i nostri coproduttori italiani dicevano che sarebbe stato perfetto per raccontare al meglio gli incontri tra Cervantes e Hasàn».Come ha affrontato il tema della queerness di Cervantes?«La sessualità è una parte importante di noi, a prescindere dalle epoche. Io non ho messo alcun giudizio nel racconto, avevo letto una biografia che ipotizzava un rapporto omoerotico tra Cervantes e Hasán e pensato potesse essere interessante esplorare anche l’intimità di questo autore. Quando abbiamo lanciato il film in Spagna una parte del pubblico pensava che Cervantes fosse omosessuale e avesse un rapporto d’amore con Hasán, altri che stesse solo cercando di sopravvivere. Io sono stato molto onesto e semplice nel raccontare».Ken Loach ritiene che il cinema sia un modo per sollevare domande, concorda?«Certo, e trovo importante rispondere alle domande. Non mi piacciono i film criptici, da regista provo prima a capire cosa voglio dire e poi a mostrarlo nel modo più elegante. Fare un film è sempre scegliere un punto di vista. Non sempre funziona, a volte i film hanno bellissime intenzioni ma la risposta che danno è così ovvia che li rende poco interessanti. A me piace giocare col ribaltamento di prospettiva».Ovvero?«Ne “Il Prigioniero” vediamo nella scena d’apertura prigionieri cristiani presi e venduti in piazza ai musulmani. Abbiamo visto tante scene di uomini neri venduti al mercato degli schiavi, io volevo ribaltare la prospettiva, mostrare la tratta degli uomini bianchi in Africa per far vedere come siano relativi i tempi, anche in termini di morale. Quando ho iniziato a studiare la vita degli algerini di quei tempi mi sembrava anacronistica, avevano incontri sessuali con i “garçons”, ragazzi vestiti da donne con cui si accompagnavano, mi ricordavano una sfilata gay tipo Pride. Eppure questo succedeva nel bel mezzo della cultura islamica nel XVI secolo. Oltre al relativismo dei valori, amo raccontare la forza del dialogo».Per questo ha scelto Cervantes.«Cos’è la storia di Don Chisciotte e Sancho Panza se non una grande epopea del dialogo? Sono due personaggi totalmente diversi che alla fine del viaggio sono completamente cambiati, sono stati proprio trasformati dal dialogo».Concorda con Godard e Almodóvar che ogni film è politico?«La politica contamina tutto, tocca tutto, riguarda tutto. Da autore devi essere sottile, astuto, giocare con la politica nel raccontare una storia e tutto quello che c’è dietro».Antonio Banderas ha detto che le cose in Spagna sono diverse da come sembrano e che il governo Sánchez ha diverse ombre.«Il problema in Spagna non è certo il governo di sinistra, ma che le persone rischino di essere alienate nelle loro bolle. C’è anche un problema generazionale. In un incontro con 80 studenti adolescenti qualcuno ha chiesto se conoscessero Almodovar: e non ne avevano neanche sentito parlare. Di lui, capito, si immagini di me. C'è un grande scarto tra le persone, specie di generazioni diverse. Ma questo succede in Spagna come in America».Le piace l’America?«Non mi piace nulla di ciò che sta succedendo. Se penso a episodi come l’assalto a Capitol Hill mi viene in mente l’assalto alle biblioteche del mio “Agora”. Si è raggiunto il punto più basso, anzi la fine della civiltà. L'attacco al palazzo, ai giornalisti, al sistema legale è il primo passo per la dittatura. Purtroppo gran parte del mondo sembra voler andare verso governi fascisti».Trova che il cinema abbia ancora il potere di influenzare le persone?«Tutto il mondo della finzione ha un grosso potere, anche le serie tv. Non demonizziamole, io ho imparato molto sulla transessualità guardando la serie “Veneno” e ho imparato molto di ciò che sta succedendo tra i ragazzi vedendo “Adolescence”. Cinema e serie tv sono ancora fondamentali per aprirci la mente».“Il Prigioniero” potrebbe funzionare bene anche come serie tv.«Abbiamo iniziato a svilupparla come serie tv otto anni fa, ma mi è parso di versare l’acqua nel vino, alla fine l’ho lasciata da parte. Tre anni fa ho rimesso mano al materiale e iniziato a togliere, che è sempre un buon esercizio. Ne è venuto fuori il formato per cui la storia era destinata, un film».Trova che il cinema europeo stia diventando più interessante rispetto all'americano?«Da spettatore, prima che da regista, i blockbuster hollywoodiani non mi interessano, specie i film di supereroi. Ma ho visto l’americano “Weapons” e l'ho trovato interessante. Noi europei dobbiamo lottare di più per realizzare i nostri film, che tuttavia vengono riconosciuti anche all’estero: in termini di creatività non abbiamo nulla da invidiare».L'Oscar le ha cambiato la vita?«No, penso che a volte può addirittura rovinare le carriere. Certo resta un premio affascinante, iconico, quando lo vinci tutti ti vengono vicino per vederlo, fare una foto con la statuetta, chi viene a casa tua chiede come prima cosa dove l’hai messo».Dove lo ha messo?«Nella libreria del mio studio. Detto questo, la macchina di Hollywood è incredibile, hanno un’industria pazzesca, ma io non ho voluto abbracciare quel sistema. Ho visto quello che fanno, come lo fanno, ma ho deciso di concentrarmi più a realizzare una storia interessante, che a fare qualcosa tanto per vincere l’Oscar». Quando ha capito che fare il regista non era solo una passione ma un mestiere?«L’audiovisivo è la mia vita, lo dissi ai miei colleghi di università, non sapevo se avrei fatto televisione, teatro, cinema, sapevo solo che volevo lavorare in questo campo. Ho capito che raccontare storie era il mio destino quando dovevo decidere se mollare tutto e trasferirmi a Hollywood oppure no. Lì ho realizzato che raccontare storie interessanti, in cui credo, è tutto ciò che dà senso non solo alla mia carriera, ma alla mia vita».
Un prigioniero Cervantes
Corsari, imprese, passioni, tradimenti. E una fantasia così straordinaria da salvargli la vita. Il regista premio Oscar porta al cinema l’esistenzada romanzo de







