“Volevo esplorare il concetto di relatività del tempo”. È così che il regista premio Oscar Alejandro Amenábar ci spiega la scelta di raccontare, a quattro secoli dalla morte di Miguel de Cervantes, i cinque anni che l'autore del Don Chisciotte trascorse prigioniero ad Algeri nel suo nuovo film, Il prigioniero. Seduto accanto ad Alessandro Borghi, che interpreta il governatore Hasan Pasha, il regista spagnolo torna più volte sul rapporto tra passato e presente. Ed è forse lì che si nasconde la vera chiave del film.
Dal 10 giugno nelle sale italiane, la pellicola prende le mosse da un episodio forse poco conosciuto ma cruciale della vita di Cervantes. È il 1575 quando il futuro scrittore, allora ventottenne soldato della Marina spagnola, viene catturato dai corsari ottomani e condotto ad Algeri. Mentre attende un riscatto che potrebbe non arrivare mai, trova rifugio nell’arte del racconto. Le storie che inventa conquistano gli altri prigionieri e attirano l'attenzione di Hasan, l'enigmatico e temuto Bey della città, dando vita a un legame inatteso tra carceriere e prigioniero. Ascoltando Amenábar, appare chiaro come il film sia molto più di una ricostruzione storica: è una riflessione sul potere dell'immaginazione e sulla fragilità delle categorie con cui interpretiamo il passato.











