Mario Alberto Marchi
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A mezzogiorno, davanti ai cronisti, Pietro Tatarella ha chiuso sette anni di silenzio con una candidatura messa sul tavolo a viso aperto: corsa a sindaco di Milano nel 2027, dentro il centrodestra, «senza fare i conti con la calcolatrice». Niente civismo di riparo: «Oggi non ci si può nascondere dietro il soggetto civico, la politica si deve prendere le sue responsabilità». E si propone con una formula che è già una rivendicazione: «In questo momento non c’è nessuno che più di me possa incarnare i valori di Forza Italia». Ha pagato un prezzo che non nasconde, anzi rivendica.
La storia di Tatarella
Eletto in Consiglio comunale per la prima volta nel 2006 con Forza Italia, due mandati a Palazzo Marino, Tatarella era consigliere in carica e candidato alle Europee quando, il 7 maggio 2019, venne arrestato nell’inchiesta «Mensa dei poveri». Le accuse — finanziamento illecito, corruzione, persino sospetti rapporti con la ‘ndrangheta — gli costarono 46 giorni di isolamento, quattro mesi di carcere e due ai domiciliari. Poi il processo, l’assoluzione piena in primo grado nell’ottobre 2023, il ricorso della Procura, la conferma in appello a gennaio: il fatto non sussiste. Nel frattempo aveva lasciato la politica.











