di
Marco Imarisio
Lo Zar fermo ad Anchorage: la condizione per trattare resta la resa dell’Ucraina
Vladimir Putin non deve mai essere associato a qualunque tipo di fallimento. Non li deve commentare, non ne deve parlare. Sono le regole scritte da Gleb Pavlovsky, il dissidente diventato «tecnologo politico» che all’inizio del nuovo secolo plasmò l’immagine e la testa del nuovo presidente russo, salvo poi pentirsene amaramente.
Per questa ragione, nel 2000 ritardò il più possibile la visita sulla scena del disastro del Kursk, quando 118 marinai russi trovarono la morte nel mare di Barents all’interno di un sommergibile nucleare, e addirittura nel 2024 non si presentò davanti alla sala da concerto di Mosca dove i terroristi islamici avevano ucciso 150 persone. È una direttiva alla quale Putin continua a tenere fede. «Ha poche idee, ma le segue fino in fondo», ci disse il suo ex guru in uno dei nostri ultimi colloqui, prima di spegnersi nel gennaio del 2023.






