Qual è la soglia – e non solo quella temporale – in cui una carta smette di essere solo strumento per orientarsi e diventa un modo narrativo? Ci viene insegnato che la carta geografica nasce per orientare, misurare, ordinare il mondo. Eppure, appena incontra la letteratura, il mito o l’arte, smette di essere soltanto una superficie di coordinate e diventa un dispositivo di invenzione: non indica più solo dove siamo, ma indica dove potremmo essere e dove desideriamo arrivare. È in questo terreno di ambivalenze, tra conoscenza e finzione, che prende forma Cartes imaginaires. Inventer des mondes, l’esposizione curata da Julie Garel-Grislin e Cristina Ion, alla BnF di Parigi fino al 19 luglio.

Le pareti dello spazio espositivo sono ricoperte da schermi quasi immobili, tra il cielo e gli abissi marini, su cui sfilano draghi, mostri marini e creature che riconosciamo come uscite dai bestiari medievali. Il percorso comincia dalle cosmografie antiche, e le carte allora sono tempestate da creature mitiche e chimeriche, da unicorni, grifoni e sirene. Pur inserendosi nella tradizione dellerassegne cartografiche, la mostra mette in dialogo materiali che, a prima vista, sembrerebbero appartenere a universi lontanissimi: atlanti medievali, carte marine, geografie sacre, mondi del fantasy e altri universi videoludici. Il percorso si dispiega come in una galleria di meraviglie, anche attraverso l’invenzione letteraria: dalle Fairyland all’Isola del tesoro di Stevenson, da Glass Town dei Brontë agli universi di Tolkien, Hardy, Faulkner e Ursula K. Le Guin, fino alla cultura pop contemporanea.