L’orizzonte degli eventi è il bordo intorno a un buco nero, il punto di non ritorno oltre il quale non c’è più niente. Questo in fisica, suppergiù. Nella vita, invece, può essere una metafora dell’oblio: quello in cui ogni cosa e creatura prima o poi sprofonda, oppure quello in cui cose e creature si dissolvono in una mente affetta da demenza.

C’è un uomo, ad esempio, di nome Giovanni Bartolomeo. Ha ottantatré anni, è un noto scrittore e sta leggendo un libro. È il breve romanzo che lo ha reso celebre, ma lui patisce una demenza incipiente e lo trova «una porcheria». Lo dice, lo ripete di continuo, dopo che di continuo l’ha ripreso in mano per leggerne dei passi, seduto nella sua poltrona color vinaccia accanto a una grande lampada. Lo ripete ad alta voce, perché non è da solo: in casa con lui c’è la figlia Caterina, che lui ancora riconosce come tale, anche se ogni tanto la scambia per la propria madre, e che di lui si prende cura ora che sua madre, la moglie di Giovanni, è morta. L’uomo riapre il libro, ne legge o rilegge un brano che nel frattempo ha dimenticato, poi impreca: «Questo libro fa schifo».

È TARDA MATTINATA e sta per arrivare Davide, che di Giovanni è da decenni l’agente letterario, ma che lui scambia per il marito della figlia, che in realtà è lesbica. Quando arriva, Davide si confronta con la fatica che Caterina fa ogni giorno, quella di convivere con il padre malato, e stenta ancor più ad accettarla. È convinto che, leggendo il proprio libro fino in fondo, Giovanni possa in qualche modo ritrovarsi, guarire per un attimo. Caterina è più sfiduciata, ma sa anche che in una storia le cose cambiano: Davide arriverà al punto di sfiduciarsi più di lei, lei invece attingerà a un momento di slancio e magari ci sarà un lieto fine. Magari: bisognerebbe chiederlo al medico di Giovanni, le cui domande a Caterina sono poco mediche e molto autoriali, come se, più che un medico, fosse un’ombra dell’autore che sta raccontando la loro storia.