Nessuna realtà più chiaramente dell’Afghanistan è testimone dell’ipocrisia e del cinismo dell’Occidente tutto, in questo caso senza eccezioni e senza divisioni.
Di fronte a una guerra disastrosamente persa e al vergognoso abbandono di numerosi afghani da parte di quegli Stati uniti nei quali avevano sprovvedutamente creduto, Washington accreditò le promesse di democrazia e rispetto dei diritti umani che i vittoriosi Talebani gli avevano servito. A questa comoda mistificazione si accodò senza battere ciglio l’Unione europea.
Non ci volle però molto tempo perché il regime di Kabul si mostrasse identico se non peggiore di quello che aveva preceduto l’intervento americano, ma a quel punto faceva comodo a tutti e sulla sua natura spietata calò un generale silenzio.
Fatto sta che da quell’ameno luogo molti erano fuggiti per salvare la pelle, la libertà personale o anche solo quelle cose minime della vita proibite dagli inflessibili guardiani della virtù. Ma di questi profughi, scappati da un orrendo regime non riconosciuto né riconoscibile, l’Europa intendeva comunque al più presto liberarsi. Come del resto di tanti altri richiedenti asilo provenienti da analoghi «paesi sicuri». È infatti tramite questa infame tassonomia, del tutto arbitraria e opportunistica (ma nella quale la realtà estrema dell’Afghanistan non riesce comunque a rientrare) che numerosi profughi verranno respinti e restituiti ai loro persecutori o deportati verso invivibili destinazioni. Ma come trattare con un interlocutore che non si riconosce?







