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Ultimo aggiornamento: 7:45

di Claudio Carli

Dopo l’11 settembre 2001 l’Occidente intervenne in Afghanistan con una cornice giuridica e politica chiara: l’Aumf del Congresso Usa autorizzò l’uso della forza contro i responsabili degli attentati; il Consiglio di Sicurezza riconobbe il diritto di autodifesa (ris. 1368) e, poche settimane dopo, autorizzò la missione Isaf per stabilizzare Kabul e sostenere le nuove istituzioni. La narrativa era quella della “guerra al terrorismo” intrecciata al nation building: combattere Al-Qaeda, rimuovere i Talebani e favorire la nascita di uno Stato funzionale e, se possibile, democratico.

Venticinque anni dopo, in Palestina il quadro è opposto. La guerra a Gaza, scatenata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, ha prodotto accuse gravissime a carico di Israele: la Corte internazionale di giustizia non ha accertato un genocidio, ma ha ritenuto plausibile il rischio di violazioni della Convenzione e imposto più volte misure provvisorie per prevenire atti vietati e garantire aiuti umanitari. È, in sostanza, un allarme massimo sul piano del diritto internazionale.