di Serena Poli

Il 1992 è stato, per la coscienza collettiva del nostro Paese, l’anno del terrore domestico, in cui l’Italia ha tremato sotto i colpi del tritolo di Cosa Nostra, l’anno delle strade militarizzate e di un’intera nazione che annega nel terrore. Questa drammatica situazione interna ha finito inevitabilmente per assorbire tutta l’attenzione pubblica, anestetizzando lo sguardo su ciò che accadeva dall’altro lato delle nostre coste adriatiche.

Avevo 16 anni, e la percezione di quel conflitto ha a lungo abitato una regione sfocata della mia memoria, all’ombra di Capaci e via d’Amelio: negli anni ho voluto colmare quel vuoto per restituire, seppur tardivamente, il mio sguardo anche a quelle vittime. Srebrenica è stata il punto d’arrivo di una strategia di ingegneria etnica iniziata tre anni prima. La dichiarazione di indipendenza della Bosnia ed Erzegovina era infatti un ostacolo al sogno ultranazionalista di Slobodan Milošević, quello della “Grande Serbia” (ci ricorda qualcosa, giusto?). Srebrenica era una cittadina a larghissima maggioranza musulmana incastrata in quel disegno e divenne immediatamente una trappola.

Milošević foraggiava Radovan Karadžić (leader politico dei serbo-bosniaci) e Ratko Mladić (generale dell’esercito) in funzione di un genocidio pianificato per rendere il territorio etnicamente omogeneo. Ciò avvenne attraverso l’implementazione della ‘Direttiva 7’, un documento che ordinava alle forze serbo-bosniache di creare una “situazione insopportabile di totale insicurezza” per la popolazione locale, spegnendo ogni speranza di sopravvivenza al fine di provocarne la “rimozione permanente” (anche questo dovrebbe ricordarci qualcosa).