In Europa, con eco defilata rispetto ad altri temi, è entrata nel vivo la procedura legislativa per il prossimo «Quadro finanziario pluriennale» (Qfp), per il periodo 2028-2034. È un atto cruciale, per capire come intende operare l’Unione europea nel prossimo futuro. Riguarda il bilancio Ue e con una definizione precisa e cifrata, sia delle causali per le possibili spese, sia delle entrate, indica cosa si vuole finanziare nei successivi sette anni, un ciclo piuttosto lungo. Dunque, l’esercizio al di là della natura tecnica, investe la sfera della discrezionalità politica, mettendo alla prova la visione strategica e la capacità di pianificare di chi ha responsabilità di guida a livello Ue.
Già questo dovrebbe solleticare il nostro interesse di cittadini consapevoli, ma non va neppure scordato che all’origine ultima delle entrate Ue ci sono le imposte, a vario titolo, versate da noi contribuenti e dalle imprese. Fra l’altro, sul fronte dei tributi, c’è un secondo atto in itinere che ne delinea dei nuovi, per aumentare le entrate. Può, quindi, giovare comprendere meglio uno scenario di concertazione fra i più delicati che ci tocca da vicino, quali sicuri pagatori del conto e potenziali beneficiari dei suoi risultati.Le norme dei trattati dell’Unione sui due atti sono chiare. La Commissione predispone le proposte iniziali e le invia al Parlamento europeo e al Consiglio: a fine percorso, la delibera risolutiva spetta solo a quest’ultimo (dove sono rappresentati i governi dei 27 Stati Ue), con voto all’unanimità. Per il Qfp è, però, indispensabile il previo via libera del Parlamento europeo che può negarlo o condizionarlo a modifiche. Le complesse discussioni durano già da un anno e si punta a un accordo per dicembre. L’esito è nelle mani dei governi nazionali che devono dimostrare un’indole negoziale costruttiva: contrapporsi è semplice, specie con il potere individuale di veto che deriva dalla prescritta unanimità, il difficile è convergere su equilibri consensuali.









