di
Greta Privitera
I timori dei cittadini dopo la firma del memorandum: i soldi finiranno alle milizie, di certo non a noi
A Isfahan la guerra ha lasciato segni ovunque. «Mi fa male vedere la mia città così», dice Shirin, tornata da un mese dopo essersi rifugiata con la famiglia in un villaggio a cinquecento chilometri. «Durante i bombardamenti siamo scappati». Fa la fisioterapista, lo studio è ancora chiuso. «La gente non riesce a pagare l’affitto, figuriamoci una fisioterapia». Del memorandum tra Stati Uniti e Repubblica islamica sa poco. È contro la guerra e contro il regime di Mojtaba Khamenei, ma il pensiero corre ai conti di fine mese.
A Teheran Jasmine segue i negoziati dalla sua redazione. Non ha mai smesso di lavorare, nemmeno durante i raid. È caporedattrice in uno dei quotidiani più importanti del Paese e di solito siamo noi a contattarla. «Che cosa sapete sui colloqui?», chiede lei, questa volta. «La propaganda è più forte di prima. I pasdaran preparano direttamente i contenuti e li mandano alle redazioni. Articoli, titoli, analisi. I direttori li ricevono e noi dobbiamo intervenire il meno possibile, è sempre più difficile capire che cosa è menzogna e che cosa è verità», continua.









