Le foto di Ray Banhoff, con 11 anni di ritardo, finiscono al centro dell’attenzione, anche legale: tra violazione della privacy, molestia e sessualizzazione della donna, la differenza tra i suoi scatti e la street photography sta nello sguardo autoriale. E nel consensoLa street photography è morta, viva la street photography. Ci sono voluti 11 anni, diverse mostre, un paio di libri e decine di recensioni perché il lavoro di Ray Banhoff (al secolo Gianluca Gliori) rischiasse di arrivare in Procura, con l’esposto annunciato dall’avvocata Cathy La Torre. Nel 2015, quando gli scatti sono stati pubblicati per la prima volta, le recensioni parlavano di sguardo «divertito, ammirato, infantilmente devoto» (Repubblica), di «arte e stalking» in «un lavoro fotografico iPer continuare a leggere questo articoloSei già abbonato?Francesca FulghesuNata e cresciuta a Milano, è laureata in Lettere moderne con una tesi sulla poesia di Giovanni Giudici. Si occupa di scuola, cultura e diritti. Ha insegnato nella scuola pubblica. Collabora con Domani e Ilfattoquotidiano.it ed è la caporedattrice della rivista di arte e filosofia La tigre di carta. Fa ricerca indipendente in ambito filologico