Nel terzo millennio, la difesa della proprietà intellettuale è diventata uno dei pilastri fondamentali della economica occidentale. Dai brevetti della Silicon Valley ai diritti d’autore di Hollywood o Sanremo, fino alle innovazioni farmaceutiche e chimiche, la protezione della Proprietà Intellettuale è il baluardo che santifica la economia della conoscenza —vera e propria icona delle nazioni occidentali avanzate. In uno smartphone convergono mediamente oltre 250mila brevetti, un valore tra il 15 e il 30 per cento del prezzo al dettaglio.

Ci sono sostanziali differenze geografiche nel trattamento del diritto d’autore e dei brevetti. E percorrono la frontiera tra Nord e Sud del mondo. Le nazioni occidentali, ma ora anche la Cina spingono per standard di applicazione globali sempre più rigorosi. Non per ragioni etiche, ma perché sono i principali produttrici di Proprietà Intellettuale ad alto valore. Per contro, i paesi in via di sviluppo considerano i regimi di protezione troppo rigidi, vere e proprie barriere all’accesso e allo sviluppo. L’Intelligenza Artificiale (IA) sta modificando radicalmente le cose. Da un lato, è un formidabile strumento di controllo e difesa della Proprietà Intellettuale. Dall’altro, la IA è in già grado di svolgere funzioni creative, dalle canzoni da ballo a nuove molecole farmaceutiche, leghe metalliche, microchip. E la IA diventa un concorrente molto temibile della creazione umana, dove la sostanza della Proprietà Intellettuale svapora, diventando un concetto alquanto labile.