A poche ore dalla conclusione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, Teheran ha iniziato a correggere pubblicamente la versione americana dell’intesa raggiunta. Dalle ispezioni ai siti nucleari alla gestione dei fondi scongelati, fino al futuro dello Stretto di Hormuz e al conflitto in Libano, la leadership iraniana ha tracciato linee rosse precise, cercando al tempo stesso di mantenere in vita il fragile processo diplomatico.
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Il nuovo memorandum d’intesa tra Washington e Teheran apre infatti una finestra negoziale di 60 giorni con l’obiettivo dichiarato di arrivare a un accordo permanente che ponga fine alla guerra in Iran. È già stato istituito un meccanismo di supervisione congiunta con quattro gruppi di lavoro specializzati, ma le profonde divergenze emerse nelle ultime ore mostrano quanto il percorso resti instabile.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, partito per il Pakistan — uno dei Paesi mediatori insieme al Qatar — ha chiarito che ogni progresso dipenderà dalla “precisa attuazione” degli impegni da parte di tutti gli attori coinvolti. Un messaggio rivolto soprattutto agli Stati Uniti, accusati implicitamente da Teheran di voler ampliare il significato dell’accordo oltre quanto realmente concordato.













