L’accelerazione degli eventi climatici estremi, dall’ondata di calore che sta colpendo gran parte dell’Europa alle molteplici crisi su scala globale, non sembra aver inciso sui tempi e sulle (poche) ambizioni del negoziato internazionale. Nemmeno il vertice di Santa Marta, dello scorso aprile, ha smosso qualcosa. Il risultato è che l’appuntamento di Bonn, tradizionale tappa “intermedia” delle Conferenze sul clima - quest’anno in preparazione della Cop 31 di novembre in Turchia - restituisce ancora una volta l’immagine di un processo bloccato in un déjà vu: decisioni rinviate, nodi strutturali irrisolti e poche assunzioni di responsabilità.

A pesare è soprattutto l’assenza di volontà politica, che dopo il completamento del “rulebook” dell’Accordo di Parigi avrebbe dovuto tradursi in attuazione concreta. È qui che il processo si inceppa, ed è qui che, ancora una volta, il divario tra impegni formali e azione reale emerge con tutta la sua forza.

Come racconta l’associazione Italian Climate Network, presente a Bonn in Germania, durante il summit sono riemerse tutte le contraddizioni a cui le Cop ci hanno abituato. L’uscita dai combustibili fossili resta il punto più divisivo, mentre adattamento, perdite e danni, finanza, trasferimento tecnologico e cooperazione internazionale continuano a essere terreno di scontro più che di confronto e di costruzione. A questi si aggiunge il tema crescente delle misure commerciali unilaterali, che rischiano di frammentare ulteriormente il quadro globale.