A questo punto, delle due l’una. O Alex Schwazer, da lunedì 22 giugno ufficialmente accusato di doping per la terza volta (!) in carriera è un mentitore seriale, un imbroglione capace di ingannare anche chi, come l’autore di queste righe, gli ha sempre voluto bene. Oppure, come sostengono i suoi cari, è la vittima di un mostruoso accanimento sportivo-giudiziario, una cosa onestamente mai vista nella mia troppo lunga carriera di narratore di emozioni agonistiche.

La faccio breve, sotto forma di domanda: a chi credere, stavolta? Aveva ragione Agatha Christie, quando scriveva che un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi ma tre indizi sono una prova? Schwazer, uomo mite felicemente sposato con prole, è un Dottor Jekyll-Mister Hyde? Oppure è un Edmond Dantes, alias Conte di Montecristo, perseguitato all’infinito?

Alex Schwazer in conferenza stampa a Bolzano

Oro olimpico a Pechino 2008 nella 50 chilometri di marcia, il 41enne altoatesino è risultato positivo a un controllo effettuato il 26 aprile in Germania, dove l’ex azzurro aveva dominato la maratona di marcia, siglando un tempo da record. Tanto che era persino stato ipotizzato un suo rientro in Nazionale per gli imminenti Europei. Non se ne è fatto niente. Che qualcuno sospettasse già qualcosa? Comunque, venerdì l’agenzia antidoping tedesca ha annunciato che nelle sangue e nelle urine di Alex erano state trovate tracce di eritropoietina. In codice, Epo. La stessa sostanza che nel 2012 impedì a Schwazer, allora reo confesso, la partecipazione ai Giochi di Londra.