ROMA – Dal 1°gennaio 2026 ad oggi – riferisce Dana Ahmed, ricercatrice di Amnesty International per il Medio Oriente – l’Arabia Saudita ha eseguito 96 condanne di morte, di cui 61 per reati legati alla droga. Le esecuzioni avvengono per decapitazione con la spada; solo raramente le sentenze si applicano con un plotone di esecuzione. Tra le persone messe a morte per questi reati, 39 erano cittadine e cittadini stranieri provenienti da Etiopia (7), Pakistan (7), Sudan (5), Giordania (4) e Siria (3), oltre che da altri paesi. Ventidue erano cittadini sauditi. L’ultima esecuzione è avvenuta il 18 giugno.
Il governo di Riyad in controtendenza rispetto la tendenza internazionale. Dice Dana Ahmed: “Siamo a metà dell’anno e l’Arabia Saudita ha già messo a morte quasi 100 persone: un traguardo tragico che mette in luce il ricorso spietato e illegale delle autorità alla pena di morte. In un momento in cui governi e istituzioni internazionali riconoscono sempre più la necessità di promuovere risposte ai problemi legati alla droga fondate, l’Arabia Saudita continua a non riflettere sul costo umano delle proprie politiche punitive e proseguono ad uccidere i condannati a un ritmo allarmante”.
Gli stranieri hanno pagato il prezzo più alto. L’implacabile ricorso alla pena di morte per punire i reati di droga reati legati alla droga, spesso al termine di processi gravemente iniqui. Preoccupa che almeno 63 cittadini etiopi detenuti in un unico reparto del centro di detenzione di Khamis Mushait, nel Sud-Ovest dell’Arabia Saudita, possano essere a rischio imminente di essere decapitati solo per reati legati alla droga. I timori per la loro sicurezza sono aumentati dopo che, all’inizio dell’anno, sette cittadini etiopi sono stati messi a morte, tutti per “trafficato di hashish”.







