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Nel 2025 l’Arabia Saudita ha eseguito 347 condanne a morte, il numero più alto da quando organizzazioni internazionali e non governative hanno iniziato a tenere il conto. È la conferma di un ricorso alla pena di morte sempre più frequente: il dato record precedente (345) era del 2024. La gran parte delle condanne è stata eseguita per reati comuni legati alla droga, e fra le persone uccise ci sono anche un giornalista e alcuni dissidenti. L’ong Human Rights Watch (HRW) ha definito la situazione del rispetto dei diritti umani «disastrosa» e il sistema giudiziario non rispettoso dei principi fondamentali dello stato di diritto e degli standard internazionali in materia di diritti umani.

Da quando nel 2017 è diventato leader di fatto dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha cercato di presentare il paese come più moderno e moderato, per esempio favorendo la partecipazione delle donne alla vita sociale e al mondo del lavoro e rendendo meno rigidi i divieti sull’alcol. Allo stesso tempo ha continuato a controllare il potere giudiziario in modo dispotico, soprattutto per quel che riguarda i reati legati alla droga, e ha represso con violenza ogni tipo di dissenso.