A.K. ha sei mesi. Insieme alla sua famiglia è stato evacuato da Gaza nel febbraio del 2026. Oggi, a quattro mesi di distanza, si trova ancora ricoverato in terapia intensiva in un ospedale della capitale, nonostante la sua dimissione fosse prevista da circa un mese. Il motivo del ritardo è paradossale: non è stata individuata una struttura in grado di accoglierlo che possa garantire la continuità assistenziale necessaria. Il suo, però, non è un caso isolato.
Anche A. S. si trova nella stessa condizione. Dopo aver trascorso cinque mesi in terapia intensiva e un percorso di riabilitazione in un ospedale pediatrico romano, è costretto anche lui a rimanere in una struttura sanitaria perché il Centro di accoglienza straordinario (Cas) dove vivono i suoi familiari non è in grado di ospitarlo. E ancora. Lo scorso 8 giugno il Cas di riferimento ha invece bloccato la dimissione di A. Q. dopo tre mesi di ricovero.
È questa la condizione in cui a Roma si trovano i bambini evacuati dalla Striscia di Gaza per motivi sanitari dopo il 7 ottobre 2023, i cui nomi sono stati anonimizzati per tutelarne la privacy. A denunciare la situazione è la rete di volontari che da mesi colmano i vuoti istituzionali e forniscono aiuto concreto alle 49 famiglie ospitate nella capitale. «Il prolungato ricovero di minori clinicamente dimissibili, dovuto a problematiche abitative o organizzative e non a necessità cliniche, comporta anche un utilizzo prolungato di posti letto e risorse ospedaliere, in particolare di terapia intensiva pediatrica, che potrebbero essere destinate ad altri pazienti con esigenze urgenti», fanno notare i volontari della capitale.






