C’è una frase che ogni estate torna puntuale davanti al banco dei surgelati o al chiosco in spiaggia: “Ma questo gelato non era più grande?”. La risposta, sempre più spesso, è sì. Negli ultimi anni molti dei gelati confezionati più popolari hanno perso qualche grammo, qualche millilitro o semplicemente un po’ di volume. Una differenza quasi impercettibile a occhio nudo, che però si fa sentire quando si guarda il prezzo. È uno degli effetti più evidenti della cosiddetta “shrinkflation”, una pratica sempre più diffusa nell’industria alimentare che consiste nel ridurre la quantità di prodotto venduta mantenendo invariato il prezzo oppure aumentandolo.
Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi “shrink” (restringere) e “inflation” (inflazione) e descrive un fenomeno che molti consumatori sperimentano senza rendersene conto. Invece di ritoccare verso l’alto il prezzo esposto sullo scaffale, le aziende riducono il contenuto della confezione. Il risultato è che si paga di più per ogni grammo o millilitro acquistato. Il gelato è uno degli esempi più evidenti perché si tratta di un prodotto associato all’acquisto impulsivo e al piacere stagionale. In pochi, davanti al freezer del supermercato, si mettono a confrontare il peso di uno stecco o di un cono con quello di qualche anno fa. Eppure le differenze esistono. Diverse associazioni dei consumatori hanno rilevato una progressiva riduzione delle porzioni in numerosi prodotti iconici del mercato italiano, accompagnata da aumenti significativi dei prezzi.









