Il gelato confezionato si è rimpicciolito. E costa di più. La stagione estiva si apre all’insegna della shrinkflation. Ovvero, il fenomeno - da “shrink” (restringere) e “inflation” - che descrive la pratica con cui i produttori riducono il peso o il volume, mantenendo invariato il prezzo di scaffale. «Una Coppa del Nonno pesava 70 grammi nel 2021, oggi 65. Un Magnum classico pesava quattro grammi in meno. Un Maxibon di Nestlé è passato da 102 a 96 grammi». A mettere in fila le variazioni, quasi impercettibili, è Antonella Borrometi, alimentarista di Altroconsumo. Ma non è l’unica associazione a monitorare e denunciare la riduzione dei prodotti più gettonati del periodo, dal mercato vivo.L’anno scorso, infatti, le vendite si sono attestate a circa 3 miliardi e 400 milioni di porzioni nel nostro Paese, secondo l’Unione Italiana Food. La produzione ha chiuso con 261 mila tonnellate di gelati. I dati del fenomeno Il segmento delle vaschette ha segnato un +28% nel quinquennio 2021-2025, trainato dal consumo domestico accelerato durante la pandemia. Con l’Italia che è primo Paese europeo per valore della produzione industriale e il terzo per volume, dopo Germania e Francia, come riporta l’Eurostat. Ecco, quindi, che sulla shrinkflation arriva in soccorso il monitoraggio di Federconsumatori: nel 2022 un gelato stecco pesava in media 120 ml, oggi 100 ml. Con un prezzo aumentato, tra l’altro, del 14%. Un cono confezionato? La quantità è diminuita dell’8% e il prezzo al chilogrammo è cresciuto da 16 a 20 euro. L’intramontabile ghiacciolo, invece, ha perso in media sei millilitri, pur resistendo all’ondata dei rincari nel corso degli anni. Ma di casi specifici ce ne sono tanti e documentati. In primis, secondo dati di mercato, il Magnum Classic di Algida - oggi The Magnum Ice Cream Company, dopo lo scorporo da Unilever del 2025. Nel 2002 costava 1,20 euro per 86 grammi.