Una scrittrice può stare al centro della prova letteraria con la stessa autorevolezza di uno scrittore? Da ventisette anni la Maturità italiana sembra rispondere con un rinvio. Pavese, Brancati, Ungaretti, Pirandello, Montale, Verga: voci immense della nostra letteratura. La scuola chiede a ragazze e ragazzi di pensare il mondo, di interpretarlo attraverso le parole dei più grandi. Ma nel momento dell’analisi del testo letterario, continua a consegnare uno sguardo maschile come misura prevalente della letteratura.
Nella prima prova di quest’anno, la Tipologia A ha proposto Cesare Pavese e Vitaliano Brancati. Con Pavese gli studenti sono stati chiamati a entrare in una poesia fatta di amore, attesa, desiderio, città, natura, sentimenti proiettati nel paesaggio. Con Brancati hanno attraversato memoria, perdita, ricordi, generazioni, identità, tempo che scivola via.
Temi enormi, che anche le scrittrici italiane hanno raccontato con una forza immensa.
Elsa Morante ha trasformato l’infanzia, la guerra, la storia e la solitudine in una lingua capace di ferire e illuminare. Natalia Ginzburg ha fatto della memoria familiare una geografia morale del Paese. Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura, ha scritto il destino, la colpa, il paesaggio, le radici, la fatica di essere liberi. Alda Merini ha dato alla poesia una voce ferita, visionaria, viva. Sibilla Aleramo ha scritto l’identità femminile come conquista, frattura, presa di coscienza.












