"Kashmir, decapitato un ostaggio”. Con titoli come questo, o di tenore analogo, il 14 agosto 1995 i principali quotidiani italiani riportavano una notizia per nulla appetitosa, basata sui lanci delle agenzie di stampa Ansa, Reuters e Afp.

Si parlava del corpo decapitato del turista norvegese Hans-Christian Ostro, 27 anni, uno dei cinque ostaggi occidentali nelle mani dei guerriglieri separatisti islamici, rinvenuto il giorno prima nei dintorni di Anantnag, cittadina a circa 60 chilometri da Srinagar, la capitale estiva dello Stato indiano Jammu e Kashmir. La testa del disgraziato giovane scandinavo, a seconda delle fonti, risultava trovarsi a 20 o a 40 metri di distanza dal corpo, o addirittura in grembo al cadavere, sistemata con gesto oltraggioso in mezzo alle cosce. Macabro e sconcertante, il dettaglio impreciso circa la posizione della testa: abbandonata in un prato o collocata simbolicamente al centro del corpo e delle sue passioni?

Anantnag. Quel nome sembrava riguardarmi. Ho avuto un sussulto, come una scossa elettrica. Di colpo ricordavo tutto. Ricordavo l’incomprensibile violenza di cui io stesso, nel medesimo distretto, ero stato, insieme, testimone e vittima. Esattamente due anni prima, nell’agosto 1993: una simmetria inquietante. Forse era il caso che raccontassi anch’io una storia. Una storia privata, ma su uno sfondo geopolitico complesso.