Il fallimento dell’immagine di Giorgia Meloni nell’operazione “amichettismo” con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, pronto per passare alla storia come il protagonista del linguaggio politico più inappropriato e bullizzante della storia, non ha causato solo un danno personale e di governo, ma ha anche conseguenze e riflessi disastrosi sull’immagine dell’Italia. E, come dice Tomaso Montanari, ci prova, la presidente del Consiglio, a far passare l’affronto del “comandante in capo” che la definisce di fatto una questuante, come un affronto alla Nazione.
L’evidenza degli errori di Giorgia è talmente chiara (dal tifo per il Nobel per la pace, alla distanza dai partner europei quando ancora credeva di essere un ponte con il Tycoon, dall’asservimento per piano di riarmo con tanto di imposizioni sul quanto e sul come pagare ecc.) che val la pena vedere l’unica cosa “positiva” di questa vicenda. Giorgia Meloni ha toccato con mano il disprezzo di tutta quella cultura patriarcale che lei e il suo partito spesso non ammettono e non riconoscono. Il presidente degli Stati Uniti ha imposto le sue regole da dominus della peggiore cultura prevaricante e piena di mancanza di riconoscimento dell’altro e lei è cascata in pieno nella fossa maleodorante di quelle dinamiche. Pensava di potersi salvare con una serie di atteggiamenti di accondiscendenza a dir poco imbarazzante, adottando il classico stile della ancella e quella seduttività servile tanto cara al patriarcato (tu sei forte e potente, io ti ammiro, esalto e ubbidisco): ha invece imparato a sue spese che la millenaria sub-cultura dell’asimmetria tra i generi, quella che in politica diventa la cooptazione con cessione di dignità al “macho alfa” o al violento, al narciso manipolatore e distruttivo, non solo non ha funzionato, ma non funzionerà né ora né mai.











