Roma, 22 giugno 2026 – Basta un dibattito politico acceso, una crisi internazionale o un accenno di sovranità monetaria per rimettere sul tavolo la stessa suggestione: tornare alla lira. L’idea di una moneta nazionale continua a esercitare un certo fascino perché evoca controllo, autonomia e una forma di “rinascita” economica. Tuttavia, quando si passa dal piano simbolico a quello concreto, le variabili in gioco diventano complesse e le conseguenze potenzialmente molto più onerose di quanto la retorica lasci intendere.

Cosa c’è dietro la nostalgia per la lira

Il ritorno alla lira continua a riaffiorare nel dibattito pubblico italiano come una sorta di riflesso condizionato. La lira scatena negli italiani una scorciatoia simbolica, una specie di bias, nella speranzosa convinzione che una moneta nazionale possa restituire controllo, autonomia e capacità decisionale, come se la sovranità monetaria fosse di per sé una soluzione ai limiti strutturali del Paese.

In realtà, la sovranità monetaria non agisce da sola. Non basta cambiare valuta per intervenire su criticità che precedono l’euro e lo attraversano: bassa produttività, burocrazia complessa, investimenti insufficienti in innovazione e ricerca. La moneta diventa così un bersaglio più immediato su cui catalizzare i problemi strutturali della nostra economia, perché più visibile delle variabili profonde dell’economia. E poi, parliamoci chiaro, quanto sono belle le 1000 lire con Maria Montessori o, più dietro ancora, quelle con Giuseppe Verdi?