Il fatto che, dopo quattro anni di Pnrr, l’Italia sia ultima per crescita nell’Ue conferma che i problemi italiani non dipendono affatto dall’austerità imposta dalle regole europee, come raccontano, dandosi manforte, la destra e la sinistra del bipopulismo tricolore.
Nessuno dei problemi socioeconomici che deprimono il Pil italiano dipende dal volume del bilancio dello Stato, ma semmai dalla distribuzione della spesa e dalla sua prostituzione alla logica del voto di scambio, con beneficio peraltro immaginario per gli elettori così ripagati del proprio consenso mercenario.
L’Italia è il quinto Paese dell’Ue nel rapporto tra spesa pubblica e Pil (51,2% nel 2025), malgrado un livello di indebitamento che dall’inizio della Seconda Repubblica – nata proprio dalla crisi finanziaria della Prima – si è preferito politicamente affrontare aumentando sia la spesa sia la pressione fiscale, per ricavare avanzi primari da bruciare nella fornace del servizio del debito.
Gran parte della Seconda Repubblica è politicamente trascorsa lamentando il cappio dell’austerità europea, che rimane in cima ai cahiers de doléances che quasi tutti i governi che si sono succeduti (a parte Monti e Draghi) hanno indirizzato alle istituzioni di Bruxelles.













