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Vista retrospettivamente, l’adolescenza mia e di quelli nati a metà degli anni Settanta, a un certo punto, tra la metà del 1985 e la metà del 1986, subì, se non un Grande Trauma, una sorta di Grande Disincanto collettivo.
Avevo dieci anni quando la Juventus, la squadra che per me aveva contato quanto se non di più della mia famiglia, disputò la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool nello stadio Heysel di Bruxelles. Avevo seguito tutte le partite ogni domenica e ogni mercoledì da anni, sapevo a memoria presenze e gol, altezza e peso, di ogni calciatore di quella squadra, e quando a scuola avevano chiesto di scegliere un libro a piacere avevo letto d’un fiato l’autobiografia di Platini, La mia vita come una partita di calcio. Il 29 maggio 1985 mio padre mi fece accendere la televisione più di un’ora prima, permettendomi di cenare sul divano. Poi, quando la scena in tv si fece atroce, con i telecronisti che non sapevano se raccontare o nascondere la strage che si consumava in diretta, mi mandò di fretta a letto, senza spiegarmi.
La mattina dopo quando mi svegliai la prima cosa che gli chiesi fu come fosse andata, e quando mio padre mi rispose che la Juve aveva vinto uno a zero, esultai per quella vittoria della Coppa dei Campioni che stavo aspettando da quando avevo memoria di me. Poi mi disse dei trentanove tifosi morti, tra cui diversi della mia età o anche più piccoli. Mi riempii di una vergogna e una rabbia che non riuscii ovviamente a tenere insieme. Platini e gli altri calciatori dichiararono nei giorni successivi che avevano giocato fino alla fine e avevano fatto un giro di campo con il trofeo in mano perché non gli era stato comunicato quello che era successo veramente. La Coppa non fu restituita.













